venerdì 2 dicembre 2016

Layin' in bed feel like I’m dead

SLUMBERS - COME OVER

Una generazione va e un'altra viene, e la terra rimane in eterno. Tutti i fiumi corrono al mare, e il mare mai si riempie. Il sole sorge ancora, e ancora arriverà l'adolescenza a prenderci il cuore, a farci sentire inadatti, innamorati, annoiati, arrabbiati, pigri e agitati. "It feels like I'm in a constant battle with my mind just to stay sane and to stay happy, whatever happy is". È sempre stato così, e lo sarà per sempre. Torno sempre a quel momento, lo conosco, lo guardo da ogni parte eppure non mi stanco di guardarlo, non mi stanca mai il suo ritornare. Io sono innamorato delle Slumbers che cantano
"Why can't I feel satisfied. Maybe I am satisfied and that's the problem", e lo fanno perché questa è la prima volta che succede al mondo, e succede per sempre.
Credo che se queste fanciulle in pigiama mi sentissero definirle "twee" mi tirebbero addosso i cuscini e forse si arrabbierebbero. Ma dentro il loro nuovo EP Come Over suonano un indiepop a colori pastello figlio della stessa idea di musica delle nostre amate Frankie Cosmos, Girlpool o Adult Mom, con qualche accenno di arrangiamenti (quel piano elettrico alla fine di Anju, quel sassofono in Battle) che potrebbero portarle in futuro verso le stanze quiete e raccolte delle Au Revoir Simone.
Le Slumbers sussurrano le loro confessioni al tuo orecchio, solo per te, e anche quando il mondo sta per crollare loro addosso (Stay Hidden) non ne fanno una tragedia e sanno riderne ("When you sat next to me I really had to pee, but I wasn’t gonna lose my seat!"). Canzoni pronte per un collage sulle pagine di Rookie, per un mixtape di Le Sigh, o per la fanzine fatta da quella ragazza per la quale perderai la testa alla prossima festa. Oppure soltanto per te, sul tuo letto, mentre ti senti morire e guardi una replica di Adventure Time. Una generazione va e un'altra viene, e spero con tutto il cuore che tu lì nel mezzo riesca ad ascoltare.


Slumbers - Doboom Soom

giovedì 1 dicembre 2016

No one wants to miss a single day

 The Holiday Crowd - I Need This Bed To Myself

Si sono conosciuti per caso a scuola, perché il chitarrista Colin Bowers indossava una maglietta degli Stone Roses. Da lì in avanti, è stato quasi naurale mettere in piedi una band che facesse dell'amore per il miglior pop britannico la propria bandiera. The Holiday Crowd, seppur provenienti da Toronto, hanno forgiato la loro anima sugli arpeggi classici di Johnny Marr e sulle melodie morbide di un Brett Anderson. Finalmente, dopo quel lontano esordio con Over The Bluffs (del 2012!) sta per arrivare un nuovo album, intitolato semplicemente The Holiday Crowd, ancora una volta per la benemerita Shelflife. A giudicare dalle prime anticipazioni, il suono si è fatto un poco più asciutto e prevale l'influenza di una band come gli Orage Juice (a tratti però ritornano anche i Prefab Sprout belli limpidi, come nella precedente Anything Anything). Questa nuova I Need This Bed To Myself è già una elegantissima hit da Top Of The Pops:


The Holiday Crowd - I Need This Bed To Myself

martedì 29 novembre 2016

Young you

Dizzyride - 'Young You'

Forse non era un caso che la prima canzone tratta dall'imminente album di esordio dei Dizzyride, lanciata qualche settimana fa, si intitolasse proprio Soundtrack. Ora sta girando un nuovo singolo, e il video che lo accompagna è una delle cose più belle e curate che abbia mai visto uscire su We Were Never Being Boring. È come il trailer di un film che vorrei vedere tipo ora; è una storia, anzi l'intreccio di cinque o sei storie, di un'intera notte, con il suo mistero e le sue illusioni, condensata in una poesia di quattro minuti. La canzone, intitolata Young You, sembra davvero nata per esserne la colonna sonora perfetta. Synth ovattati e sospesi, un ritmo sinuoso, una voce da crooner persa tra gli echi: la melodia avanza cauta, sembra soffermarsi davanti a un punto interrogativo, fino a quando incontra lei, la risposta a ogni domanda.
I Dizzyride, che fanno base a Brooklyn e sono composti dal nostro Nicola Donà e dalla canadese Zoë Kiefl, spiegano che la canzone è "an ode to love and to John Lennon. It is about finding solace in the caring heart of another and reaching a higher meaning in this crazy life". La trovate dentro l'album omonimo, in arrivo a gennaio. La regia del magnifico video è di Angus Borsos, già al lavoro con Sean Nicholas Savage, Mac DeMarco, Blouse e Nite Jewel, fra gli altri.





lunedì 28 novembre 2016

Trent'anni di C86: lo speciale di "polaroid alla radio" e The Tuesday Tapes!


Nella primavera del 1986 le hit parade britanniche erano dominate da nomi tipo Level 42, Doctor & The Medics, George Michael e Samantha Fox. Il pubblico indipendente aveva pochi veri numi tutelari a cui aggrapparsi: gli Smiths, i New Order, i Cure... non molto altro. Era la stagione in cui stava svaporando il post-punk e ancora non si capiva bene cosa dovesse succedere: l'ottimismo New Pop? L'estetismo New Romantic? Il consolante Goth (o, come si chiamava dalle nostre parti, il "dark")? Era anche la stagione in cui si consumava il definitivo passaggio da "independent" a "indie", come pratica, come terminologia e anche come moda.
In mezzo a tutto questo, per una serie di fortunate coincidenze, nel mese di maggio vide la luce, allegata a NME, una compilation su cassetta (ristampata a novembre in vinile - da cui "la scusa" per questa nostra celebrazione), chiamata semplicemente C86, i cui meriti e la cui influenza forse hanno finito per trascendere la sua reale qualità, ma che conserva ancora oggi un innegabile valore di potentissima fotografia di un'epoca. La storia dell'indiepop, il piccolo e anacronistico genere musicale che questo blog continua, nonostante tutto, ad amare, ha avuto lì un suo punto di svolta fondamentale.
Fabio De Luca ha avuto la gentilezza di invitarmi a Casa Bertallot per registrare uno speciale The Tuesday Tapes featuring "polaroid - un blog alla radio" interamente dedicato al trentennale della C86. La prima parte andrà in onda questa sera alle 22.45 su Radio Città del Capo, la seconda domani alle 21.30 su Casa Bertallot. Immancabili podcast unificati a seguire.
Dentro troverete un sacco di musica meravigliosa da riscoprire, un po' di interventi "campionati" molto dotti e competenti (tra gli altri Simon Reynolds, Bob Stanley, Everett True...), io che balbetto perché condividere il microfono con il vero FdL mi mette agitazione, Fabio che suona il suo 45 giri originale di Velocity Girl (!!!) e un po' di altre cose interessanti che speriamo vi piacciano e vi facciano venire la curiosità di conoscere meglio quella bizzarra, sconnessa e fervida stagione della musica alternativa e sbagliata, come direbbe il padrone di casa.



The Bodines - Therese

It's gonna be ok: just dance!

THE GOOCH PALMS

Q - Pick 5 bands/artists that have had the biggest impact on your style who are they?
A - Roy Orbison, Ramones, Devo, XTC, Kiss
[*]

Questo post potrebbe anche finire con questa risposta, tra giri a banco, baci e abbracci, ma il divertentissimo concerto visto ieri sera al Freakout Club di Bologna è una buona scusa per tornare a riascoltare un disco uscito all'inizio dell'estate e che forse, proprio nei mesi estivi, avrei dovuto far girare di più sullo stereo. Introverted Extroverts, l'ultima prova dei Gooch Palms, è un concentrato di rock'n'roll sporco ma semplice, capace di tenere assieme Buzzcocks e il classico falsetto "yay yay yay" di Frankie Valli. Coppia nella vita e nell'arte, il duo di Newcastle, Australia, scrive canzoni contagiose sin dalla prima nota, te le scaraventa addosso in due minuti e poi scappa ad aprire un'altra birra. A me sembra che l'irrequieta Kat Friend, in piedi dietro un tamburo e un rullante, e lo scapestrato Leroy McQueen, alla chitarra, con una voce sorprendente e niente affatto lo-fi, si trovino più a loro agio sopra un palco che in studio di registrazione: mentre le tredici canzoni di questa raccolta rischiano a tratti di sembrare più scarne e piatte di quello che in realtà la band è capace di esprimere, il live set è stato travolgente, in perfetto equilibrato tra pura voglia di fare festa, urgenza elettrica, danze scomposte, omaggi a Gene Simmons, mestiere power-pop, e pure la chicca finale di una cover dei concittadini Silverchair. Nella stanza ci saranno state una decina o poco più di persone, ma la quantità di sorrisi che ho visto diffondersi era pari a quella di un clamoroso sold out.





sabato 26 novembre 2016

Make it better

Hazel English

“polaroid – un blog alla radio” – S16E08

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Weird Times
Preoccupations – Stimulation
[in collegamento con Francesco “Bastonate” Farabegoli]
The Skygreen Leopards – Leave The Family
The Bats – Antlers
Hooton Tennis Club – Katy-Anne Bellis
Hater – Mental Haven
State Champion – Fantasy Error
Hazel English – Make It Better
Cigarettes After Sex – K.

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Spotify

venerdì 25 novembre 2016

Première: Big Cream VS Flying Vaginas!

The Days of Juice and Daisies by Big Cream/Flying Vaginas

Qui a polaroid, si sarà capito, abbiamo un debole per i Big Cream. Tre sbarbi innamorati dei Dinosaur Jr., "la periferia di Bologna come il Massachusetts", i volumi delle chitarre sempre sul rosso: insomma, ci sono tutti gli ingredienti giusti. Li abbiamo anche avuti ospiti dal vivo in studio all'inizio dell'anno, per presentare il loro EP di debutto Creamy Tales, uscito in cd su MiaCameretta Records e in cassetta per More Letters, ed è un miracolo che la radio ne sia uscita illesa.
Oggi le due label tornano a unire le forze per pubblicare un sette pollici (in elegante vinile bianco) in split tra i regaz bolognesi e i Flying Vaginas, band di Frosinone capace di spingere altrettanto bene l'acceleratore su feedback e distorsioni.
Si intitola The Days Of Juice And Daisies, e le due facce del 45 giri riflettono le due anime di questo amore per l'indie rock Anni Novanta, tra chitarre più ruvide e aggressive, da un lato, e atmosfere più shoegaze e languide dall'altro. È quindi con grande piacere che oggi vi presento la première della traccia dei Big Cream, Gatlin, mentre Gamechanger dei Flying Vaginas (dato che stiamo parlando uno split) la potete trovare sulle pagine di Indie-Zone. Gran crema!


Big Cream - Gatlin

giovedì 24 novembre 2016

We are no better than the rest

The Ocean Party - Restless

Probabilmente abbiamo un numero di serie stampato da qualche parte tra le costole e il cuore. Uno speciale lettore di codici a barre può riconoscere il nostro nome, dirci con precisione marca e modello, e soprattutto indicare tra le varie specifiche tecniche quante volte possiamo accettare cambiamenti radicali nella nostra vita, elencare tutte le svolte e le scelte a cui può adattarsi la forma che immaginiamo abbia la nostra personalità. Dopo una certa età, dopo una lunga serie di reboot e revisioni, quello che siamo riusciti a diventare non può più permettersi profonde trasformazioni. Il sistema non accetta più upgrade e aggiornamenti, e continua a operare come ha sempre fatto. Si limiterà a processare le novità prendendosi il suo tempo, a poco a poco restando più sfasato rispetto all'evolversi degli eventi e a modelli più recenti. Tutto cambia e tu credevi che saresti stato capace di stare al passo per sempre, ma era un bug.
Non so perché l'ascolto del nuovo disco degli Ocean Party mi lascia addosso questa sensazione: qualcosa come la fine di una domenica pomeriggio lunga una vita, un vago sapore amaro in bocca e una scontentezza che non sapresti a cosa destinare. Dagli esordi più jangling che ricordavano certi Real Estate (e io aggiungevo da parte mia i Pants Yell), la profilica band australiana si è raffinata e fatta sempre più elegante. Restless, il loro sesto album in sette anni, racchiude atmosfere che possono spaziare dai Prefab Sprout ai Death Cab For Cutie. Anche se non mancano in scaletta pezzi più upbeat e carichi (Back Bar, West Koast, Second Guess), l'umore dominante è deciso da certi arrangiamenti di pianoforte che posano un velo di malinconia su ogni cosa (esemplare la title-track). In altri momenti, come in Teachers, è un assolo di chitarra acustica a conquistare a sorpresa la scena. Complice anche la morbidezza delle voci che si alternano, l'aria che si respira tra queste canzoni resta in qualche modo sempre ovattata, nonostante i suoni siano nitidi e ogni elemento sia in piena luce. Non s se Restless sia il loro disco migliore, ma quello che è certo è che gli Ocean Party hanno tradotto in musica in maniera perfetta quel lieve glitch del sistema che sperimentiamo quando trascorrono gli anni.



The Ocean Party - Back Bar



martedì 22 novembre 2016

The pains of being stupid at heart

AGGI - The Pains of Being Stupid at Heart

«Maybe it's cliché, but... fuck you, we're twee»: lo dichiaravano così, senza mezzi termini e con tutto il candore necessario in questi casi. Come fai a non volergli bene, anche se si sono appena sciolti, anche se vengono dall'altra parte del mondo e non hai idea di come sia la scena da quelle parti (migliore di quella italiana, direi a prima vista). Ogni tanto mi capita di scoprire gruppi di rigorosa ortodossia indiepop provenienti dall'Indonesia e ogni volta ci sono sorprese interessanti: questi Aggi (già nel nome un omaggio alla storia dei Pastels) ne sono un esempio perfetto. Non si trovano molte altre informazioni, se non che erano un quartetto e provenivano da Jakarta. Hanno appena pubblicato un 7 pollici d'addio intitolato The Pains of Being Stupid at Heart, in cui potresti credere che giochino con l'ironia o facciano qualche discorso meta-musicale. Invece no, è proprio una canzone d'amore: "This is love / love that i can't hide", e il riferimento alla band di Kip Berman rimane tutto interno e sottinteso alla esile vicenda cantata. Il vinile è uscito per la Dismantled, etichetta che ha come motto "pop music, punk attitude". Tatuaggio subito.


sabato 19 novembre 2016

It seems unfair to try your best but feel the worst

LOS CAMPESINOS! - SICK SCENES

“polaroid – un blog alla radio” – S16E07

Los Campesinos! - I Broke Up In Amarante
Young Scum - Zona
Fredrik O - Somliga Dagar
Fireflies - Selfish (The Softies cover)
Palm Honey - Stick The Knife In
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Give Vent - Days Like Years
His Clancyness - Dreams Building Dreams
Chris Cohen - It's Not So Hard (NRBQ Cover)
Real Numbers - Falling Out
Ricky Eat Acid - Hey

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Spotify

venerdì 18 novembre 2016

Weird times

TIGER! SHIT! TIGER! TIGER! - WEIRD TIMES

Migliore titolo non potevano trovarlo: il singolo che anticipa Corners, l'atteso ritorno dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, si chiama Weird Times, e suona abbastanza grandioso e arrogante da non tradire le più alte aspettative. La canzone parte in pieno fragore Sonic Youth (o Cloud Nothings se volete riferimenti più attuali), e poi cresce fino a scoppiare in un portentoso coro degno dei più epici Jesus and Mary Chain (o se preferite, dei Crocodiles/Wavves allo stadio). La banda di Foligno, che mancava dal 2013, farà uscire Corners nel prossimo mese di gennaio ovviamente su To Lose La Track, con la collaborazione di MiaCameretta Records, e subito dopo è attesa ad Austin, Texas, per il SXSW 2017!


Tiger! Shit! Tiger! Tiger! - Weird Times

giovedì 17 novembre 2016

I've been waiting for you to slip back in bed

Cigarettes After Sex - K.

I remember when I first noticed that you liked me back
We were sitting down in a restaurant waiting for the check
We had made love earlier that day with no strings attached,
But I could tell that something had changed how you looked at me then

Kristen, come right back
I've been waiting for you to slip back in bed
When you light the candle

And on the Lower East Side you're dancing withe me now
And I'm taking pictures of you with flowers on the wall
Think I like you best when you're dressed in black from head to toe
Think I like you best when you're just with me and no one else...

And I'm kissing you lying in my room
Holding you until you fall asleep
And it's just as good as I knew it would be
Stay with me
I don't want you to leave...



Ero rimasto abbastanza fuori dall'hype che nell'ultimo anno è andato crescendo intorno a Cigarettes After Sex. Non trovavo le canzoni del suo primo EP così sconvolgenti come si leggeva in giro, o comunque niente che non avessimo già avuto dai Mazzy Star (tanto per citare un riferimento lampante), non mi faceva troppa impressione il milione di visualizzazioni su YouTube, e se devo dirla tutta consideravo il nome d'arte scelto da Greg Gonzalez piuttosto dozzinale.
Poi ieri, proprio quando mancano poche settimane al concerto del Covo (data unica!), è uscito questo nuovo singolo intitolato soltanto K., ed è stato un vero colpo al cuore. Lo ascolto a ripetizione e ciondolo la testa e sorrido ogni volta, quando dice "slip back in bed". Sono così innamorato che non trovo nemmeno fuori luogo il fatto che Stereogum tiri in ballo il sacro nome dei Clientele. Sono così innamorato che questa ossessione per lo slow motion a tutti i costi non mi sembra più antipatica e artificiosa, anzi, qui forse si poteva rallentare ancora un po'. È bastato poco: un po' di archi felpati, un po' di riverberi più caldi, e tutto quello che prima sembrava a un passo dalla parodia di Lana Del Rey ora suona genuino e quasi velvetiano. 
K. è una storia piccola, che sembra uscita da un tumblr con foto di candele, ragazze dalle gambe lunghissime sedute davanti alla finestra che ti guardano negli occhi e frasi intense scritte in corsivo. Eppure funziona (o almeno funziona con me) benissimo, anche perché qui Gonzalez sembra più sciolto, meno impegnato a cercare a tutti i costi ombre maledette. Musica in bianco e nero da notte fonda, come deve essere, piena di sussurri e sfioramenti. Se K. è un'indicazione utile per capire come sarà l'atteso album in arrivo a inizio 2017 possiamo prepararci a una lunga storia d'amore.

I know you said it's ok

YOUNG SCUM - ZONA

Non so bene perché, ma la prima volta che avevo ascoltato gli Young Scum mi ero preso per sbaglio l'appunto "quartetto del Vermont". Da allora avevo sempre sentito dentro il loro pop terso e scintillante un'aria limpida d'alta quota, i riflessi del sole su paesaggi innevati, cose così. Sembrava piuttosto appropriato. Con If You Say That, la canzone che apriva Zona, il loro ultimo EP, erano finiti anche nell'ultimo Nastrone estivo. Mi è piaciuto da subito un sacco come la loro musica riesca a trovare un preciso punto di incontro tra le chitarre più vigorose dei Teenage Fanclub e la dolcezza dei Lucksmiths, e riesca a dare il migliore sostegno alla voce malinconica ma non troppo di Chris Smith. Ora Zona, che era uscito in cassetta per Citrus City Records, è stato ristampato in vinile da Pretty Olivia, ed è stata questa l'ottima scusa per tornare a parlarne e a suonarlo in radio. Poi l'altra sera, proprio dopo l'ultima trasmissione, mi sono accorto che gli Young Scum provengono in realtà dalla Virginia, per la precisione da Richmond. Niente montagne e boschi, niente camino acceso e scoppiettante, accidenti. Poco importa, quello che rimane è che questo sia uno dei più piacevoli dischi indiepop dell'anno. Speriamo arrivi presto anche un intero album.



(mp3) Young Scum - If You Say That

martedì 15 novembre 2016

Fucking to songs on radio

Ricky Eat Acid - Talk To You Soon

Credo sia successo abbastanza tardi, tipo dopo il ventesimo ascolto: all'improvviso ho realizzato che il motivo per cui trovavo commovente e irresistibile la voce filtrata nel ritornello di Fucking To Songs On Radio di Ricky Eat Acid era perché il mio subconscio aveva capito prima di me che era Anthems For A Seventeen-Year Old Girl dei Broken Social Scene rifatta da un Richard D James adolescente e in vena di romanticherie. Ed è stata subito una madeleine tale da travolgere quasi quindici anni in un soffio. L'attacco di banjo, la voce di Emily Haines al telefono, l'interminabile inventario di verbi che lancia addosso alla sé stessa più giovane, la sensazione che qualcosa sia andata perduta per sempre proprio inseguendola, quel crescendo inarrestabile di archi orchestrato da Kevin Drew, Canning e tutti gli altri sullo sfondo, niente, mi fanno salire ancora le lacrime agli occhi, dopo tanti anni.
Oggi è il 2016, non dormiamo più sul pavimento, "you never drop the phone" e hai il sospetto che tutti questi ragazzini diluiscano le loro voci nei vocoder e negli autotune per non sentire il sospiro impercettibile, il momento in cui il rimpianto stringe la gola e strozza le parole. Preset "n0st4lg¡a-101". Quasi come se i mostruosi fantasmi dei Natali passati avessero tutti la voce di Alvin ei Chipmunks, e non fossero più intenzionati a spaventarti: semplicemente, ti hanno trovato, sono arrivati e ora non ti lasceranno mai più.
L'unica altra parola che credo di riuscire a decifrare mentre Fucking To Songs On Radio cresce, in mezzo ai frammenti e alle sillabe ricombinate e frullate in loop, è "school": rimanderebbe una volta di più all'idea di passato, alla dimensione del ricordo, ma in qualche modo rimane tutto sulla superficie. Non c'è più bisogno di raccontare, ce lo siamo già detto, abbiamo scaricato tutto, zippato, salvato, liberato spazio nel telefono. Resta questa musica che scorre, un beat che cammina con le mani in tasca e il cappuccio tirato su, due suoni morbidi di tastiere e un campionamento di voce a cui si aggrappa tutto quello che rimane. Scopare ascoltando canzoni alla radio, scopare canzoni alla radio, scopare canzoni alla radio. Non so so, ho immagino stesse parlando di qualche pomeriggio ai tempi del liceo, "school", e a un tratto mi è tornata in mente la mia tavola preferita di Alessandro Baronciani, un regalo che fece tanti anni fa a Radio Città del Capo:
Alessandro Baronciani - Radio Città del Capo

Ecco, io l'ho sempre trovata di una poesia meravigliosa, un'intera biografia in un solo disegno. Nel mondo pre-Shazam, quella radio, la musica che anche nel momento dell'amore è lì in primo piano, e poi nonostante il pelle contro pelle: "ma che canzone è questa?". Magari ti fa sorridere, magari puoi riconoscerti anche tu. In un certo senso, mi sono convinto che Fucking To Songs On Radio alluda alla stessa scena, alla stessa puntigliosa dedizione nerd, ma riletta da una distanza più sentimentale e più avara di spiegazioni al tempo stesso, con un perenne filtro Amaro di Instagram.
Da quel che leggo in giro, non sono sicuro che Sam Ray avrebbe voglia di mirare così in alto, ai Broken Social Scene o a romanzare giovinezze ormai lontane, nonostante gli ambiziosi arrangiamenti di Owen Pallett. Il suo fare musica è la stessa cosa con il suo essere onnivoro, insaziabile e iper-prolifico al tempo stesso. La quantità di materiale che viene metabolizzata dentro il suo suono forse mira a controbilanciare la quantità di musica che ci circonda, l'assedio da cui non si può più sfuggire, e quei due sul divano non ne vogliono più sapere niente. A volte fa il Badalamenti, a volte il Mike Paradinas, altre volte un piccolo Drake da un pianeta lontano. Non lo seguo sempre. Amo che abbia intitolato una canzone :'), tutta la malinconia in una sola emoticon, la mia preferita, la misura della vita senza bisogno di sprecare altre parole, un rassicurante Talk To You Soon che non credo succederà.





venerdì 11 novembre 2016

The Last Beer Of My Music Career

Sat Nite Duets

“polaroid – un blog alla radio” – S16E06

Luxury Death - Painkiller
Sat Nite Duets - The Last Beer Of My Music Career
The Pooches - Another Evening, Another Town
The Ocean Party - Restless
Bon Iver - 715 CRΣΣKS
Ricky Eat Acid - Fucking To Songs On Radios
[in collegamento con Andrea "Benty" Bentivoglio per "Troppa Braga"]
Soviet Soviet - Pantomime
Motorama - Tell Me
EZTV - High Flying Faith
Fred Thomas - Brickwall

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Spotify

mercoledì 9 novembre 2016

It's my contribution to the political debate

The Radio Dept. - Running Out of Love (2016)

Qualche ora fa Oskar Christiansson, del vecchio blog No Modest Bear, ha scritto su twitter "it's a radio dept kind of day". È la mattina in cui abbiamo visto Donald Trump diventare il nuovo assurdo presidente degli Stati Uniti, e quasi tutti quelli che conosco hanno commentato citando Black Mirror, Berlusconi o Ritorno Al Futuro. Mi rimane addosso una vaga cupezza senza senso. Non ho voglia di leggere o aggiungere altre battute su Grillo e i 5 Stelle, di vedere altre gif colorate di Hillary Clinton o meme divertenti su Salvini. Sono stati i meme brillanti, i social istantanei e gli eruditi longform condivisi a tappeto senza nemmeno essere aperti a rendere il contraccolpo della realtà ancora più duro questa mattina, dopo avermi (averci?) reso miope per mesi. Anche le analisi ragionevoli e spietate del New Yorker, dopo un paio di pagine, oggi fanno venire voglia di chiudere tutto. Sì, davvero: è proprio quel "kind of day" lì.

Torno a rifugirami dentro queste canzoni. Penso a tutti quelli che fino a ieri avevano criticato i Radio Dept. definendoli ingenui e naïf per le prese di posizione così intransigenti e inequivocabili contenute nell'ultimo album Running Out Of Love. Auguro loro di avere ragione, di avere tempo in abbondanza e mille mondane occasioni per sfoggiare la loro maggiore sottigliezza e il loro acume. Tutta la frustrazione e la rabbia che animano il più politico dei dischi dei Radio Dept. (frustrazione e rabbia che, in assoluto stile svedese, si traducono in un'asciutta severità) oggi a me sembrano più adatti che mai.
"There's nothing gracious about our kind" sono le parole con cui si apre l'album. Sloboda Narodu, "libertà al popolo" in lingua serba, parole del martire partigiano Stjepan Filipović. I Radio Dept. non vogliono accattivarsi le simpatie di nessuno. Non l'hanno mai fatto, a cominciare dalla parsimonia con cui hanno sempre centellinato le uscite e le parole, passando per il continuo spiazzare le attese del loro pubblico ("Più shoegaze! Più indiepop! Più Pet Shop Boys!"), per non parlare della brevità e della proverbiale fragilità dei loro concerti. No, i Radio Dept. non sono una band a cui interessa in maniera particolare concedersi. Prendono dannatamente sul serio quello che fanno: curano ogni dettaglio del loro suono fino allo sfinimento perché sono quel tipo di artisti per i quali etica ed estetica stanno sullo stesso piano.
"There's a choice to be made / We never used to blindly participate" è la chiara e semplice risposta a qualunque "Vaffa" sbandierato come impegno politico. We Got Game è la faccia impassibile dei Radio Dept. in piedi, di fronte alla frana della società come l'avevamo immaginata in un passato sempre più lontano: "so sick of hearing about that middle ground". Batte forte una cassa New Order, scintillano synth di vecchia house, non ci arrenderemo a "this bunch of racist goons".

Ci sono momenti in cui sembra prevalere un pessimismo fatalista. "This thing was bound to happen", rimane ben poco spazio per offrire una partecipazione sempre più irrilevante: "I’m walking the left hand path / It’s my contribution to the political debate". Nei sette,lunghi, oscuri e glaciali minuti di Occupied anche la più elementare speranza viene disconosciuta: "We all wish there was a hell for some people [...] But as you know that's not the way it goes". Eppure anche lì trova posto un crescendo sfolgorante, in cui la deflagrazione sperata sembra avverarsi.
Altrove puoi quasi intravedere un ghigno di satira: il ritmo in levare di We Got Game, il modo leggero con cui sembra dirti "ma certo, tranquillo, ci pensiamo noi intraprendenti svedesi, ora sistemiamo tutto", mentre imbracciano i fucili lucidati.
La lieve ninna nanna quasi Postal Service di Can't Be Guilty, che sembra fatta apposta per la colonna sonora di un prossimo film della Coppola, si richiude in un desiderio di evasione: "You could close your eyes and go to sleep with me / As long as we do we can't be guilty". E l'ultima parola del disco, che pure ha una rarefatta aria balearico-scandinava, implora di dimenticare: "I've got nothing but regret / Teach me to forget / Don't hesitate: just press reset".
Forse siamo davvero "rimasti senza amore". Alla fine di questo 2016 così disgraziato, Running Out Of Love potrebbe essere, purtroppo e suo malgrado, un disco dell'anno.





lunedì 7 novembre 2016

I'm too busy worrying

Luxury Death - Painkiller

E intanto la PNKSLM continua a non sbagliare un'uscita, anche quando si mette in società con altre label, in questo caso la britannica Art Is Hard. La novità del giorno è l'ultimo singolo dei Luxury Death, duo di Manchester che cercava "something else to do in the bedroom together". OKAY. Siamo dalle parti di indie rock a bassa fedeltà tanto abrasivo quanto scanzonato, in cui le voci di Ben Thompson (già chitarrista nei disciolti Nai Harvest) e di Meg Williams (ai synth) si fondono alla perfezione. C'è un'atmosfera molto rumorosa ma anche molto colorata, un po' da Velocity Girl o da Rocketship, insomma tutto quel post-shoegaze Anni Novanta che ci faceva saltare e illanguidire al tempo stesso. Painkiller esce in digitale oppure, se siete dei veri collezionisti, in formato spilla + download a tiratura limitata.



Luxury Death - Painkiller