mercoledì 28 giugno 2017

Playin' for pride

Sea Pinks - Watercourse

A volte l'indiepop sembra un distinto signore che continua ad allacciarsi con diligenza il colletto della button-down e a tenersi i capelli ostinatamente in ordine, mentre ogni cosa intorno sta franando e vola via in un uragano. Per quanto possa essere del tutto ozioso e frivolo tentare di stipare dentro un'analogia, nemmeno troppo originale, un intero genere musicale fatto di epoche e band differenti, c'è questa impressione che non mi abbandona: la natura che la maggioranza delle persone percepisce, forse con una certa superficialità, nell'indiepop, quel suo essere anacronistico e datato, un discorso che non avrebbe nulla da dire sul presente, è invece il cuore stesso del suo slancio perdente e fragile. Gira intorno a una certa idea di dignità ostinata, di rivoluzione fatta di etica sobria, di resistenza all'apocalisse che veste solo in apparenza i panni del partito conservatore. Insomma, una continua contraddizione. Solo che invece di farla detonare, questa rivoluzione, l'indiepop deve avere deciso a un certo punto di custodirla e alimentarla al proprio interno per prolungarla nel tempo. Una brace che cova tra amori mai corrisposti, nostalgia e chitarre già cenere della Storia, un suono che brucia in una lentezza esasperante, mentre intorno folate di decenni di mode vanno e vengono, nuovi generi divampano e illuminano. L'indiepop resta lì e non se accorge quasi nessuno. Per qualcuno (e per me) quel suo restare lì, in qualche modo, è ancora importante.
Nel loro nuovo album, Watercourse, gli irlandesi Sea Pinks cantano Playin' For Pride, una piccola canzone che gira intorno all'idea di continuare a fare musica da outsider. Non spiegano cosa sia quel "pride", ma lo puoi sentire nelle scariche elettriche degli accordi, insolitamente aggressivi per il loro stile. Forse più dalle parti dei Wedding Present che degli Smiths, consueti riferimenti nelle loro recensioni. A quel sentirsi "buried alive" dentro un giro musicale sempre più soffocante (o soffocato), ognuno reagisce come può. L'orgoglio lo trovi anche dentro un suono distillato e decantato da ormai sei album in sette anni, senza fronzoli, e che in questa nuova prova raggiunge forse la sua perfezione. A tratti lievi come primaverili Housemartins, a tratti più nervosi come giovani REM, i Sea Pinks continuano e continueranno a portarsi dietro quegli aggettivi tipo "breezy", ma lo fanno ormai con una disinvoltura consumate e ammirevole. Con questo disco hanno dimostrato di avere le spalle più larghe del sarcasmo con cui qualcuno potrebbe considerare oggi l'etichetta "surf-rock" (a proposito: ma solo a me la title-track qui sembra un magnifico pezzo da primi Vampire Weekend?).
I Sea Pinks forse non diventeranno delle leggende della storia della musica, ma la consistenza e la coerenza della loro produzione per me è un altro incoraggiante mattoncino da aggiungere con un certo orgoglio al rifugio traballante e prediletto che è l'indiepop attuale.






sabato 24 giugno 2017

Lobby Boys + All My Teenage Feelings live @ polaroid!

Lobby Boys & All My Teenage Feelings live @ polaroid!

Lunedì scorso ho avuto il piacere di ospitare in radio Lobby Boys e All My Teenage Feelings, ovvero Omar Aleotti e Luigi Bussotti, rispettivamente da Modena e Viterbo. Due cantautori accomunati, tra le altre cose, dalla predilezione per il lo-fi e per lo shoegaze, le uscite su cassetta e un'innata sensibilità per il DIY. Entrambi sono stati pubblicati da Nervi Cani, iperattiva etichetta e casa editrice con base a Modena. Qui trovate il podcast dell'intera puntata, mentre qui sotto le singole tracce che i regaz ci hanno regalato dal vivo negli studi di Radio Città del Capo:


venerdì 23 giugno 2017

Indiepop jukebox: "glad midsommar"!

Oggi in Svezia si celebra Midsommar e qui a polaroid festeggiamo a distanza, levando il nostro Midsommarstång simbolico tutto fatto di canzoni indiepop scandinave (qualche alternativa più tradizionale qui).

(immagine da @Sweden.se)


Il fatto di avere attraversato in bicicletta, una volta, la città di Falun, nella regione del Dalarna, molto probabilmente ha condizionato il mio ascolto dei Pole Siblings. In questa città, infatti, fanno base i fratelli Sofia e Johan Stolpe, autori di un dream pop etereo ed elegante, che a tratti ricorda certi Beach House, come nel singolo Ghosts (ma qui vi lascio la conclusiva Nog Va He Bra, perché oggi mi sembra doveroso mettere almeno una traccia in svedese in scaletta). Il loro EP intitolato It Might Grow è pubblicato da Strangers Candy.




Summer Heart - 101
David Alexander, da Stoccolma, tagga la sua musica su Soundcloud con il significativo "summerwave", e in effetti questi suoni sintetici e pastosi si adattano bene ai riflessi del mare, a cieli tersi e vasti e ai tempi dilatati delle vacanze. Summer Heart è il suo nome d'arte, e 101 è il suo nuovo singolo, antipasto di un album in arrivo il prossimo 25 agosto. Se amate artisti come Washed Out, Toro y Moi o Teen Daze, è il disco che fa per voi.




we. the pigs
We. The Pigs sono Veronika e Martin, insieme ai loro amici Fredrik, Niklas, Johan e Charley. Provengono da Malmö e da Stoccolma, e trovo nella mail una loro traccia già nel 2011 (con il link a MySpace!). Eppure questo nuovo EP pubblicato da Discos De Kirlian è solo la loro seconda uscita. Suono che riesce a spaziare da colori più allegri (Too Young) alle cadenze notturne dello shoegaze (come in Start Over)




Honeymilk - Trip
"Thin Lizzy meets Mac DeMarco" dice il comunicato che presenta gli Honeymilk, quartetto che fa base a Stoccolma. E davvero la band sembra amare molto mescolare certe atmosfere rilassate e chitarre che sanno farsi più taglienti. Questa nuova Trip è la nuova anticipazione dal loro secondo album in arrivo su Birds Records nella seconda metà del 2017.




I nostri cari Curiositi (ovvero la band che si muove tra R'n'B e synth-pop formata da Emil "Parker Lewis" e Matilda dei Mixtapes & Cellmates) hanno pubblicato un nuovo EP con il titolo Night Fever. In mezzo ai consueti suoni molto sensuali e distillati, torna tra le canzoni anche qualcosa della loro vecchia anima più indiepop, come per esempio in questa Fix. Non riesco a immaginare compagnia migliore con cui passare Midsommar!

"Climb the playlist ladder"

Liz Pelly - THE SECRET LIVES OF PLAYLISTS

Il mio personale consiglio per "l'articolo assolutamente da leggere oggi" è quello di Liz Pelly sulle pagine di Cash Music. Si intitola "The Secret Lives Of Playlists" e analizza il sottile (o labile) confine tra contenuto editoriale e contenuto a pagamento sulla vostra piattaforma musicale preferita. Problema effimero? Non credo.
Spotify is currently striving for a never-before-seen level of authority over how music is distributed, discovered, and paid/not-paid for. Its ultimate goal is seemingly to build brand loyalty in the “magic” of Spotify, to embolden that authority. Playlists are the top tool they are currently employing to expand their platform empire.
Sarà una coincidenza, ma l'articolo esce proprio nella settimana in cui ha fatto notizia l'inizio della sperimentazione degli "Sponsored Content", la versione aggiornata al ventunesimo secolo della vecchia payola (che però non sarebbe esattamente payola perché riguarderebbe "clearly-marked sponsored track", uhm, ok, e viaggerebbe sul digitale e non sulla radio - vabbè).
Oltre a mostrare uno scorcio su un mondo che per me è davvero alieno (Filtr, Digster...), il lungo articolo della Pelly sottolinea molto chiaramente e più volte un aspetto:
Playlist culture is introducing an unprecedented dependence on data. We hear about the stacked human playlisting teams, with “genre leads” and “junior and senior curators” building thousands and thousands of playlists. (Though we never see their faces or names on the platforms—Spotify’s way of building trust in the mystified Oz-like “magic” of Spotify, rather than human intelligence needed to program playlists.) These human curators are responding to data to such an extent that they’re practically just facilitating the machine process.
Si potrebbe incollare qui il cliché surreale del Chaplin sopraffatto alla ruota dentata, oppure - per i più esigenti - la figura inquietante del Burroughs alla macchina da scrivere insetto, ma in ogni caso bisogna ammettere che "facilitating the machine process" è un'immagine sconfortante del cos'è diventato ascoltare musica oggi, da una parte e dall'altra della "macchina". Budget, investimenti, analisi e pianificazioni: a nudo dentro ogni play, skip o repeat. Monetizzare questo nostro grande amore per le canzonette, con la beffa di rubarti anche l'anima del nostro vecchio nastrone.
Un'ultima nota su band e musicisti: "artists are expected to climb the playlist ladder and hope the data stacks up". Direi che mi sembra un ottimo scenario, no? Abbiamo visto gli eccellenti risultati che ha portato il clickbait ai giornali e alla stessa idea di giornalismo: applichiamolo in maniera massiccia al mercato musicale e godiamoci i dividendi.


mercoledì 21 giugno 2017

I hope I come across you again some day

PETITE LEAGUE - SUN DOGS

La notizia del giorno qui a polaroid (e con "notizia del giorno" intendo dire che sto saltando da ore in giro abbracciando gente a caso) è l'annuncio del nuovo album di Petite League, con tanto di singolo delizioso estivo scatenato e struggente. Su queste pagine abbiamo sempre dichiarato apertamente tutto il nostro amore per la musica di Lorenzo Cook, ma anche senza pretendere di essere obiettivi, il terzo lavoro Rips One Into the Night promette di essere a dir poco strepitoso, se la premessa è questa Sun Dogs. Il comunicato che la presenta parla di "blending the sweet, bubblegum qualities of bedroom pop and the snot nosed fuzz of garage rock", ma non andiamo troppo per il sottile: questo è un totale inno dell'estate, con lui che aspetta, lei che gli fa capire "always doesn’t always mean forever", lui che esce beve e fuma, lei che forse torna, loro che forse si incontreranno di nuovo, tra chitarre da spiaggia un po' Vampire Weekend ma un po' anche cari vecchi Unicorns/Islands, e quella coolness rock'n'roll da Strokes adolescenti, oh I hope I come across you again someday! CUORI.

martedì 20 giugno 2017

I get stuck on the things I see


Avrei voluto che il nuovo disco delle Girlpool fosse più spietato e mi facesse più male. Forse è solo troppo presto per pretendere così tanto da loro, o forse la loro poesia ha preso una direzione che, per quanto riuscita, non è quella che serve a me. Eppure, eccomi qui, mezzo insoddisfatto a girare ancora su queste canzoni, nonostante non sia scattato l'amore travolgente che avrei voluto, e che mi ero immaginato dopo il loro folgorante esordio.
Intendiamoci: il nuovo Powerplant è un disco molto bello, pieno di un indie rock che piacerà a chi ama band come Waxahatchee o Mitski (e aggiungiamo anche certe vecchie Breeders). È il disco che le Girlpool dovevano proprio pubblicare in questo momento, quello in cui mettono in luce tutte le loro potenzialità e in cui il suono del duo californiano trova finalmente una sua forma piena e compiuta (con un set che finalmente include una batteria in pianta stabile).
Le Girlpool non sono più "soltanto" due ragazzine punk che, con l'unica forza delle loro voci sottili e delle loro chitarre rabbiose, guardano in faccia il mondo e cantano tutta la loro sfrontata voglia di vivere, di amare e di venire accettate senza compromessi. In Powerplant c'è di più: Cleo Tucker e Harmony Tividad ora il mondo si fermano spesso a osservarlo, e spesso ne restano come incantate ("watching all the billboards change into a mirror image", canta la title track; "your dad saw you crying when you looked at the world", sembra quasi spiegare Soup). Le strofe racchiudono momenti di sospensione, attimi al rallentatore in cui i loro pensieri corrono più veloci di quello che succede ma che, forse solo per me, restano slegati, non si condensano in un racconto che mi coinvolga davvero.
Non so se è una coincidenza, ma le mie tracce preferite sono quelle meno impetuose, come la stupenda 1 2 3 in apertura (forse la cosa più bella dopo Chinatown che le Girlpool abbiano scritto finora), la notturna Fast Dust o la riflessiva It Gets More Blue, mentre in passaggi come She Goes By si va anche verso accenti dream pop.
Insomma, funziona tutto alla perfezione. Non è un disco della mia taglia, ma di fronte a una giovane band che è riuscita a trovare la propria voce in maniera così efficace, mi rendo conto da solo che è un problema del tutto irrilevante. Brave Girlpool.




lunedì 19 giugno 2017

Nervi Cani occupy polaroid!

400

Bedroom pop, fumetti, shoegaze, fanzine, concerti, cassette a tiratura limitata, mostre e chissà che altro ancora: dentro l'enigmatico nome Nervi Cani c'è un intero mondo DIY tutto da scoprire.
Questa sera la casa editrice ed etichetta discografica modenese occuperà tutta la puntata di "polaroid - un blog alla radio", e ci porterà in regalo non uno ma addirittura due live in studio: Lobby Boys e All My Teenage Feelings, per un'ora di chitarre a bassa fedeltà, feedback e malinconia.
Sintonizzatevi alle 22.45 sul caldo FM di Radio Città del Capo, anche in streaming da www.radiocittadelcapo.it!



Crashing waves

PODCAST: 'polaroid - un blog alla radio' S16E32

"polaroid - un blog alla radio" S16E32

Alvvays – In Undertow
Hater – Coming Down
Sea Pinks – Places She Goes
The Arctic Flow – Crashing Waves
Last Leaves – Something Falls
Pale Spectres – Driving
Lobby Boys – Changes
Waxahatchee – Never Been Wrong
Young Guv – Traumatic
Mt. Zuma – The Matter With You
Kidsmoke – And Mine Alone

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Spotify

venerdì 16 giugno 2017

«It’s about the intensity... the rest is just noise»

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

The Pains of Being Pure at Heart (2017)


► «[The Echo Of Pleasure è] un disco su ciò che è importante tenere e cosa è effimero e può essere lasciato andare. È difficile da spiegare, ma c'è stata una nuova attenzione su ciò che è importante nella mia vita, perché sapevo che non potevo continuare a vivere allo stesso modo, che avrei dovuto fare delle scelte su ciò che era essenziale»: Kip Berman dei Pains Of Being Pure at Heart racconta in un'approfondita intervista a Indie-Rock.it la nascita del nuovo album e fa il punto della situazione su una delle band indiepop che amiamo di più.




► «At the end of last year I wrote an article on the band The xx and I spent a number of days with them, she continued. I thought it was going to be a normal article the whole time, but when it came out, it said "sponsored by Mailchimp" on the side. And I thought, "Well, I didn't see any of that money! Who did?"»: CMU@TGE 2017: The Crisis In Music Journalism (Part 1).

► Facile come sparare ai pesci in un barile: «31 Essential Shoegaze Tracks» compilate da Stereogum (l'introduzione non è male ma non voglio neanche immaginare cosa si potrà scatenare nei commenti).




► «Visto il nome con cui decisero di battezzarsi la cosa suona un po’ come una battuta, ma è vero: Lino e i Mistoterital avevano la stoffa dei campioni»: Federico Guglielmi recupera un articolo di quasi vent'anni fa sui miei cari Lino ei Mistoterital, i quali hanno da poco ristampato le prime tre storiche cassette (Sbagliandosi in para del 1984, Il prosciutto è il cane del 1986 e Max lo Smilzo del 1987, tanto per darvi un'idea) in un unico CD intitolato Fischi per nastri: demos y rarez: imperdibile.

► «Breve storia della musica che non ha bisogno di essere ascoltata»: su Noisey Italia un pratico bignamino da Erik Satie a Brian Eno.

► «Getting older or thinking about the future isn’t all bad. Feelings of the future, of passing, of one’s own mortality…those don’t have to be a negative thing. I think you have to be able to take a step back to understand some of that stuff. Being able to come to terms with it is also positive. Both sides of that are going on there»:
Q & A: Cornelius On His First LP In 11 Years,Mellow Waves (dove si scopre pure che Cornelius e Miki Bereny dei Lush sono lontani cugini, wtf).

► Una domanda che mi faccio spesso anche io (ma non sempre con lo stesso entusiasmo): "Everybody on the Floor: What's With All the Alt-Rock Bands Going Disco?" (via Billboard).

► "Football and Emo: A Love Story" (via Daily Bandcamp - e non potevano mancare i nostri amati QUARTERBACKS)

► «The idea that an indie band with a modest following could create something both this expansive and expensive is rather alien»: su Loud&Quiet, in occasione del ventennale del capolavoro degli Spiritualized, "How Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space silenced the inane cocaine jabber of Britpop".

► «The man machine is part human, after all, and Hütter must surely be aware now that the years are creeping up on him. Is age something that bothers him? “Well, things will happen. Biological laws will still apply.” And would Kraftwerk carry on – perhaps even with the robots taking over, as happens during the encore of their live sets? “Certain programmes keep running,” he says. “It’s a spiritual thing. Musical ideas that we may have started, they enter into different cultures – Detroit techno, dance music – and then the energies come back to us”»: sul Guardian, un'intervista molto bella di Tim Jonze a Ralf Hütter dei Kraftwerk.

mercoledì 14 giugno 2017

Baby I like your style, you're so cool, baby I love you!

GUGGI DATA - BABY

Qui a polaroid amiamo i Westkust da sempre, non è una novità, e abbiamo addirittura avuto la fortuna di ospitarli dal vivo in radio. Svezia, chitarre supersoniche e malinconia: per me è una formula micidiale. Ora Gustav Data Andersson, che fa parte dei Westkust e dei Makthaverskan (oltre ad aver prodotto Agent blå) lancia un suo progetto solista chiamato Guggi Data, ovviamente sempre su Luxury. Ad agosto arriverà un album intitolato POP/ROCK, e il singolo che lo anticipa è questa epica Baby, due minuti e mezzo di totale euforia (falsetto compreso!) che potresti infilare in una playlist da ballare dopo un classicone degli Ash o prima di un cavallo di battaglia degli Shout Out Louds.
L'estate scandinava è arrivata:


Guggi Data - Baby

lunedì 12 giugno 2017

Dieci anni fatti a mano!

HANDMADE FESTIVAL 2017
(foto di Stromboli)

I giardinetti pubblici di Tagliata a Guastalla sono il mio personale Parc del Fòrum. Lo so, ti fa ridere paragonare l’Handmade Festival al Primavera di Barcellona, ma dopo dieci anni di presenza fissa penso di poter dire che questa è davvero la mia dimensione di evento musicale preferita.
Forse la line-up dell’Indietracks conta più gruppi "miei", forse Emmaboda una quindicina di anni fa era la cosa più vicina a un paradiso twee che abbia mai sfiorato: ma qui e ora non c'è posto dove mi piaccia di più godermi dodici ore di concerti interessanti di fila (senza perdere quasi nulla), bermi birrette sull’erba e ritrovare vecchie conoscenze.
Certo, il mio giudizio non è obiettivo: questo festival è stato inventato e organizzato da amici; per questo festival, lungo gli anni, ho messo dischi, ho scritto improbabili comunicati stampa, ho fatto special radiofonici, ho preso autovelox e ci hanno suonato un paio di gruppi dell’etichettina a cui maldestramente collaboro. In questo festival, lungo gli anni, ho visto almeno un paio dei concerti a cui tengo di più nella mia vita, qui mi sono ubriacato come uno straccio, qui mi si è spezzato il cuore, qui ho ballato senza vergogna e qui ho tenuto in braccio i miei figli. Insomma, sono parecchio coinvolto, ma nessun altro festival mi ha mai dato tanto (forse abbiamo vissuto qualcosa di simile alle prime edizioni di Musica Nelle Valli – che non a caso oggi cura una parte della line-up all’Handmade).

La battuta sul Primavera è un’ovvia esagerazione, ma ieri all’Handmade mi è venuta in mente così, mentre facevo i due passi da un palco all’altro. E camminando qui capita sempre di toccare il bicchiere con qualcuno che incontri, non ci si vede da un sacco, a che ora sei arrivato, hai visto quello, hai sentito questo, andiamo che stanno per cominciare. È tutto lì, almeno per me. E poi mi volto e c’è la Bassa a perdita d’occhio, le strade della pianura, un orizzonte che mi stringe sempre un nodo in gola, e ci sono le ragazze sedute sulle balle di fieno a ridere, i bimbi che si arrampicano sull’argine, il filare di pioppi che fa ombra al main stage, l'arcobaleno delle bancarelle e dei mercatini vintage, i profumi delle grigliate. Stare bene così, in mezzo a tutta la musica.

Potremmo anche metterci lì a dare le pagelle di questo 2017, ognuno avrà le sue. Ieri, per me, il 10 pieno lo ha sfiorato Chris Cohen (unica nota di demerito: avere lasciato fuori dalla scaletta Optimist High), con un set di un’eleganza superiore, colmo di gesti misurati e anche di silenzi (credo sia la prima volta che sento un chitarrista dire al fonico “aspetta che abbasso l’ampli” dopo un paio di canzoni). Ma d'altra parte, voti altissimi anche al rock’n’roll a volume altissimo: Mystery Lights, Triptides, e pure i nostri Flyin’ Zebra, hanno mostrato come incendiare le sei corde e hanno saputo farci agitare, chi più psichedelico, chi più surf, chi più garage Sixties. I Califone, nonostante la tarda ora e qualche inciampo tecnico che rischiava di guastare l'atmosfera, hanno ricordato perché sono delle leggende viventi che seguiamo ancora dopo due decenni. Conferma totale e prevedibile per i Metro Crowd, con quel loro nervosissimo post-punk che forse funziona meglio di notte in qualche posto losco, ma che anche ieri ci ha trasportato dentro un filmato di repertorio dei Gaznevada nel ’77. Tra gli altri italiani, mi piace segnalare la poesia (davvero "fatta a mano" come questo festival) di Setti, questa volta accompagnato dalla sparring partner Avocadoz, con tanto di scenette alla Sandra e Raimondo. Voti belli alti anche alla voce Elettronica, con l'ambient aliena di Stromboli (set breve ma tutto in crescendo) e con la rivelazione del canadese Scott Hardware, perfetto per un tramonto italian house, Ibiza lungo le rive del Po. Infine, voto buono ma "potevano impegnarsi di più" ai miei cari Sea Pinks, suono jangling ineccepibile, Smiths e Housemartins sempre nel cuore, ma hanno dato l'impressione di essere abbastanza stanchi alla fine del tour, e il loro indiepop non ha portato tutti i colori che speravo alla festa di Guastalla.

Ogni anno la stessa vaga preoccupazione: l’Handmade diventerà troppo grande? Questa volta arriverà troppa gente e non si riuscirà più a girare? Quanto potrà durare la bazza dell'up-to-you?
Non importa. Se l'Handmade crescerà, come forse è logico che sia, credo che questi suoi primi dieci anni - un periodo già lunghissimo, per questa epoca di musica solubile e istantanea - abbiano significato già così tanto, e per così tanta gente, che tutto quello che porterà il futuro sarà comunque un regalo. Un festival che riesce a essere a misura d'uomo e ricercato al tempo stesso, sperimentale e rilassato, e che soprattutto non ha mai perso la sua spontaneità e autenticità "handmade".






mercoledì 7 giugno 2017

Indiepop juke-box: succede tutto adesso!

Alvvays - Antisocialites
Nelle ultime ventiquattr'ore un'infilata di novità discografiche abbastanza clamorose. Cominciamo ovviamente dall'hype che stava crescendo intorno al ritorno degli Alvvays. Finalmente la band di Toronto ha annunciato il seguito del magnifico esordio del 2014: si intitola Antisocialites e uscirà l'8 di settembre (Polyvinyl). Nelle sue 10 canzoni gli Alvvays "dive back into the deep-end of reckless romance and altered dates. Ice cream truck jangle collides with prismatic noise pop while Molly Rankin’s wit is refracted through crystalline surf counterpoint". Il singolo che lo anticipa è questa In Undertow, come sempre un po' amara e un po' suadente. "What's left for you and me, I ask that question rhetorically".





SHEER MAG - Need to Feel Your Love
Sapevamo già da un mesetto che, dopo la raccolta dei loro primi 3 EP uscita in primavera, gli Sheer Mag stanno per pubblicare il loro album d'esordio Need To Feel Your Love (per la Static Shock Records). Le aspettative nei confronti della band di Philadelphia sono alle stelle, e ieri come nuova anticpazione, è uscita proprio la title track. Pezzone Seventies, arrogante e sexy come gli Shher Mag sanno essere: da queste parti è già in loop. "I give you just what you want / But I’m saying / Now you got to give me just what I need".





Young Guv - Traumatic 7''
Nuovo singolo per il veterano Ben Cook, che forse molti conoscono più per la sua carriera nei Fucked Up. Smessi i panni hardcore, Ben porta avanti ormai da una decina d'anni un progetto solista, tra indiepop e power-pop, chiamato Young Guv. Dopo una miriade di singoli ed EP, nel 2014 era uscito per Slumberland il suo primo album, Ripe 4 Luv, che aveva anche ottenuto una nomination al Polaris Music Award canadese. Ora Young Guv torna con questo nuovo 7 pollici, Traumatic, e ancora una volta "the songs are stuffed with lovely harmonies and heart-stopping melodies, never losing site of power-pop's roots in Buddy Holly, The Beatles and Big Star".





Waxahatchee - Never Been Wrong
Si intitola Never Been Wrong e sarà la canzone che aprirà il prossimo album di Katie Crutchfield, in arte Waxahatchee. Out In The Storm è il suo quarto lavoro ed è in arrivo il prossimo 14 luglio su Merge Records. La Crutchfield si conferma autrice di un indie rock a presa rapida, capace di trascinare e al tempo stesso di riflettere su sé stesso. La storia della canzone sembra avvitarsi in una gara a chi si lamenta di più, "Everyone will hear me complain/ Everyone will pity my pain":, fino a quando la relazione arriva al punto di rottura: "you've never been wrong" è il tuo più grande sbaglio.

martedì 6 giugno 2017

Something falls

Last Leaves - Something Falls (Matinée Recordings)

Sono passati cinque (5) anni da quando abbiamo scoperto che tre quarti dei leggendari e indimenticati Lucksmiths avevano messo in piedi una nuova band insieme al batterista dei Great Earthquake Noah Symons: i Last Leaves. Un paio di demo su Soundcloud, un album atteso per il 2015 e mai arrivato, e poi il silenzio. Ieri notte, uno dei rari aggiornamenti dalla cara vecchia Matinée Recordings mi ha fatto sobbalzare il cuore: c'era una nuova canzone dei Last Leaves da ascoltare, e sarebbe uscita su disco! Something Falls farà parte di Matinée Idols, compilation che celebrerà i vent'anni della storica label californiana, e che vedrà coinvolte vecchie glorie (Popguns, Catenary Wives, Math And Physics Club) e nuove leve (Tinsel Heart, Royal Landscaping Society) dell'indiepop che qui amiamo. Ma è il suono dei Last Leaves che oggi mi commuove: più pieno e a prima vista direi anche più elettrico rispetto a quello dei Lucksmiths, porta però con sé ancora quelle stesse melodie agrodolci capaci di incantarmi (e non potevano mancare riferimenti metereologici, come un inside joke garbato e fuori dal tempo). In attesa di un sette pollici vero e proprio (The Hinterland, previsto "nelle prossime settimane"?), godiamoci questa nuova canzone in repeat:



Last Leaves - Something Falls

venerdì 2 giugno 2017

Jake Bellissimo in tour in Italia!

Jake Bellissimo European Tour 2017 with Maud Scheltinga

L'anno scorso un giovane cantautore americano mi aveva fatto innamorare al primo ascolto. Mai sentito prima, un nome che sembrava quasi inventato, eppure erano bastate poche note per capire di conoscere da sempre quella grazia e quella poesia.
Per quei piccoli miracoli che a volte succedono intorno a questa musica disgraziata, quel cantautore poi l'ho incontrato, una cosa tira l'altra, e tra qualche mese su WWNBB vedrà la luce un disco che per me è già tra le migliori cose indiepop degli ultimi anni.
Insomma, tutto questo per dirvi che Jake Bellissimo da oggi è in Italia per un tour unplugged di sette date, e voglio davvero invitarvi tutti quanti:

► Venerdì 2 giugno, Ravenna @ Osteria del Pancotto
Info: https://www.facebook.com/events/137286746820480

► Sabato 3 giugno, Bologna @ NERO factory
Info: https://www.facebook.com/events/1956167021278465

► Domenica 4 giugno, Torino @ Concertino dal Balconcino
Info: https://www.facebook.com/events/324433337987386

► Lunedì 5 giugno, Milano @ Tentacoli
Info: https://www.facebook.com/events/864560830366419

► Martedì 6 giugno, Roma @ Le Mura
Info: https://www.facebook.com/events/1476035612459540

► Mercoledì 7 giugno, Firenze @ Titty Twister Club
Info: https://www.facebook.com/events/260985940974773

►Giovedì 8 giugno, Fabriano (AN) @ Lo Sverso
Info: https://www.facebook.com/events/131143654115159

Una piccola anteprima di quello che vi aspetta potete ascoltarla qui sotto.
Ci si vede a banco!




giovedì 1 giugno 2017

The matter with you

MT. ZUMA - MORE LETTERS RECORDS

I Mt. Zuma sono proprio quelli che a Bologna chiamiamo dei regaz. Gente con cui basta il tempo di stappare il primo giro di birre per trovarti subito a tuo agio e capire che avete un tot di cose in comune. Magari non vi vedete per una vita, ma poi batti quattro e nel giro di tre accordi siamo di nuovo tutti lì. Federico Montevecchi (chitarra e voce), Iacopo Bianchi (basso e voce) ed Edoardo Nanni (alla batteria) sono una precisa incarnazione di quello che si definisce (o forse si definiva) "power trio". Musica muscolare e senza fronzoli, come quello dei dischi con cui questi regaz evidentemente sono cresciuti: dai Pixies a Neil Young, dai Big Star alla Seattle canonica. Anche se il nome che torna in mente più spesso mentre gira la loro cassetta di debutto, pubblicata da More Letters Records, è senza dubbio quello degli Hüsker Dü. Stesse note abrasive, stesso cuore buttato sopra il fragore dei feedback. I Mt.Zuma provengono da band che hanno sudato in mille garage e cantine qui in città, come Costa Brava, i Rijgs e gli Obagevi, e quindi sanno bene come tirare fuori dalle loro canzoni l'anima e la rabbia di un suono che ormai è classico. Per citare le loro stesse parole, "while an old cassette played the Rolling Stones / life is such a wreckage when you’re twenty-four".






lunedì 29 maggio 2017

Out of time

 SMOKESCREENS

Sentite anche voi la mancanza dei Terry Malts? Ma certo, dimenticavo: se state leggendo polaroid è ovvio che siate una delle cinque persone in Italia che, come me, provano una lacerante mancanza per la band di San Francisco. In attesa di una loro nuova uscita, possiamo trovare conforto negli Smokescreens, quartetto di base a Los Angeles fondato dal bassista dei TM Corey Cunningham insieme al chitarrista Chris Rosi, dei disciolti Plateaus. Sul finire del 2016 avevano registrato un album insieme a Jon Green alla batteria (compianto produttore di Dum Dum Girls e Crocodiles) e a inizio anno era uscita una cassetta su Parked In Hell, etichetta di autoproduzioni curate proprio dai Terry Malts. Ora quell'album è stato ristampato in vinile dalla spagnola Meritorio Records, e ne consiglio di cuore l'ascolto. Suono come sempre tagliente e agguerrito, ma con la bussola che dal punk scende più verso un indiepop rumoroso o, per semplificare, parecchio C86. Come ha raccontato lo stesso Cunningham a Noisey, "We wanted to make something that sounded like a New Zealand band from the early 80s. So we wrote the songs with that in mind and recorded in mono on an 8-track tape machine. I think we pulled it off. I'm fooled for the first few seconds before I remember it's our band". Fate detonare i ritornelli di pezzoni alla Pastels / Clean come Out Of Time o The Bar e venite qui che ci abbracciamo.




giovedì 25 maggio 2017

They must be bored again

LAB COAST - LAB COAST (FAUX DISCX - 2017)

Avevo letto che questo era il "primo" disco dei canadesi Lab Coast sulla label britannica Faux Discx, e nella fretta avevo creduto fosse un esordio. Già al primo ascolto ero rimasto parecchio colpito: sedici canzoni che, prese tutte assieme, possono quasi funzionare come un Bignami dell'indie rock esauriente e multiforme. Ci sono certe chitarre slabbrate Guided By Voices, ci sono certe atmosfere serene Yo La Tengo, alcune melodie belle distese Teenage Fanclub e un po' di lo-fi sporco alla Sebadoh. Proprio in fondo alla tracklist, spunta addirittura una gemma di indiepop agrodolce come Back To Your Future, che potrebbe tranquillamente stare in qualche sette pollici dei Rocketship o degli Unrest.
Insomma, questa "nuova" band di Calgary sembrava davvero averle indovinate tutte. In realtà, come ho scoperto poco dopo, il disco che stavo ascoltando è una compilation, una specie di introduzione al vasto catalogo dei Lab Coast, che risale addirittura al 2009 e che ha attraversato varie fasi. David Laing e Chris Dadge sono due infaticabili animatori della scena musicale della loro città, e il secondo ha collaborato con Chad Van Gaalen e Pre Nup, e ha pure suonato la batteria nel primo capolavoro degli Alvvays. Tra le tag del loro Bandcamp, compare anche "bedroom pop": ci può stare, per via dei contorni non troppo definiti e un po' slacker della loro scrittura, ma non commettete l'errore di sottovalutare queste canzoni e questa band.







martedì 23 maggio 2017

"A long shadow across the youths"

2017 Manchester Arena bombing

• "2017 Manchester Arena bombing" (Wiki)

Il Post: aggiornamenti live

• "Because the arena let in under-18s, it was the destination for us to see live music – going to clubs or bars didn’t come until much later. This was the place that we fell in love with pop culture, an infatuation that has never, and will never, die. The horrific attack on the Ariana Grande show at the MEN Arena, reportedly killing over 20 and injuring many more, specifically targets children, teenagers and their parents. It targets euphoria, joy and happiness, it targets every emotion you feel when, caught in the beautiful, unique mixture of delirium and freedom – that specific concoction that only youth and pop can offer – you give yourself away to harmless obsessions" (Thomas Gorton su DAZED)

• "Manchester Arena : the darkest day in pop history" (John Robb: "Love is louder than war.")

Simon Hayes Budgen su XRRF: "In the dark, you learn who you are. You learn how you are."

• "You've got the wrong city if you think hate will tear us apart." (Dave Haslam su Twitter)

• "... beyond those immediately affected, this atrocity will cast a long shadow across the youths of countless pop fans. Will something like this happen again? Perhaps not. Statistically, the possibility of an attack at one particular show is minuscule. Over time, the fear will subside, because it always does. My daughter is absolutely still going to see Adele, and she’ll have a whale of a time. But the knowledge that it could happen at all means a loss of innocence." (Dorian Linskey)

• "The best night of your life, girl version: a ticket in an envelope you've marked with glitter glue, putting on too much of the eyeshadow you bought at the drugstore that day, wearing a skirt that's shorter than your school uniform, telling your mom it's okay and you'll meet her right after the show, running toward the front hand in hand with your best friend like you don't even have a mom right now, flirting with the kid who sells you a soda, dancing experimentally, looking at the woman onstage and thinking maybe one day you'll be sexy and confident like her, realizing that right this moment you are sexy and confident like her, matching your voice to the sound, loving the sound, falling into the sound. This is truth. Young girls loving music, whatever kind of music, are truth. I believe in them and nothing can annihilate their truth." (Ann Powers su Facebook)

UPDATE:

• Laura Snapes su Vogue: "Manchester Terror Attack: Pop Teaches Girls To Be Fearless In A Hostile World"

• Christina Cauterucci su Slate: "The Bombing at a Manchester Ariana Grande Show Was an Attack on Girls and Women".

• Alex Petridis sul Guardian: "Manchester’s heartbreak: ‘I never grasped what big pop gigs were for until I saw one through my daughter’s eyes’"

giovedì 18 maggio 2017

All the indifference that I faked

The New Year - Snow

Voglio lasciarlo scritto qui, fermato mentre la primavera ha cominciato a mollare gli ormeggi e si sta ormai lasciando trascinare nella calda corrente dell'estate che arriva. Voglio lasciarlo qui, come un muto ammonimento pallido mentre intorno sono già pomeriggi a colori di sole forte, e maglietta e tormentoni rap. La monolitica copertina quadrata e grigia del nuovo disco dei New Year è un sentimento spoglio e freddo, invalicabile, ma per me vivo e trascinante. Non è triste e non è desolata. Non si può nemmeno definire "minimalista": ha fatto tutto il giro e ha raggiunto quell'austerità che scaturisce da un tempo diverso, distante, più prolungato e severo. Il tempo di chi sa bene che pronunciare la parola "slowcore" nel 2017 è come parlare lingue morte di civiltà dimenticate. I fratelli Matt e Bubba Kadane hanno continuato a creare la loro musica per più di venticinque anni, portando avanti un'idea di suono senza compromessi, in apparenza anche senza troppe urgenze, continuando a lavorare soltanto su una scrittura che, prova dopo prova, scava sempre più a fondo, e arriva a colpire con una precisione devastante.
Sono forse da considerare degli eroi per questa coerenza? No, almeno secondo certi temi che si possono leggere tra le righe di queste canzoni. Il disincanto che attraversa questo nuovo monumentale Snow è assoluto, direi irreparabile. "There's no reason to celebrate / The best things we've done won't live on / When what we were is gone" (Myths), mentre poco dopo The Beast rincara la dose: "The memories will fade / before we get repaid".
Ma questo album non è un epitaffio, non è arido né banalmente malinconico. La musica dei New Year, il suo essere in qualche modo circolare, tanto nelle progressioni poderose dei suoi crescendo quanto nelle derive quasi jazz delle canzoni più dilatate, ha da sempre un carattere di ostinazione e determinazione che mi lascia ammirato. Una quieta e irremovibile caparbietà, che li spinge avanti, da sempre:
"We either forget / Or count on a new ending / And go back again and again / For the same beating".
Le canzoni dei New Year sono enigmi rocciosi e al tempo stesso elusivi. Puoi passarci accanto di fretta e non accorgertene nemmeno. Oppure puoi sederti lì, accogliere il loro schivo saluto e riascoltare tutto dal principio. Chitarre senza tempo.
Una scrittura che scava sempre più a fondo, dicevo. Anche se Snow mi pare lo faccia cercando, più di ogni disco precedente, di smussare certe asprezze dei passati New Year. Il frequente uso del piano elettrico, gli interventi discreti di un organo a volte solenne, a volte deferente, rendono il paesaggio meno rigido. Le melodie hanno accenti delicati, a tratti diresti che rivelano un'autentica serenità. Le canzoni si concedono forme quanto mai aperte, con lunghe divagazioni strumentali che ti sollevano e ti lasciano sospeso, a fluttuare in un incanto, proprio come un lento fiocco di neve, che non ha bisogno di cielo e terra.
"When it snows / God only knows / Why it feels dead and alive".





mercoledì 10 maggio 2017

A message from the aching sky

Cindy Lee - Malenkost

C'è un momento, durante il primo ascolto di Malenkost, l'album di Cindy Lee appena ristampato da Maple Death, in cui hai l'impressione di essere entrato nel disco "dalla parte sbagliata". Ti chiedi se c'è qualcosa che non va. La puntina sta girando alla velocità giusta, il vinile procede come sempre dal cerchio più esterno a quello interno, e le casse funzionano a dovere: eppure, è come se avessi attraversato lo specchio di Alice. La musica è tutta sottosopra, e non sembra essere questione di bassa fedeltà. Si procede da momenti di noise cupo e claustrofobico a spettrali ballate che fanno pensare come sarebbe Twin Peaks con la colonna sonora di Deerhunter, da enigmatiche tracce fatte di ossessive reiterazioni a un dolente rock'n'roll da Velvet Underground dell'oltretomba.
Un po' come succede nel suo sconcertante programma radiofonico (prendetevi un'oretta per lasciarvi portare alla deriva), Cindy Lee sembra avere un'idea della musica come un'esperienza che non deve mai essere troppo rassicurante. Il comunicato che presenta il disco cita gli Swell Maps, e davvero qui siamo a quegli stessi livelli di capacità di maneggiare un suono che si presenta in apparenza lacerato e senza forma, ma che riesce a comunicare tutta la sua sofferenza, il suo bisogno di riscatto e, in certi inattesi e sorprendenti passaggi, un abbandono puro e sfrenato.
Cindy Lee è la creatura di Patrick Flegel, già voce e chitarra dei Women, band canadese che abbiamo avuto la fortuna di vedere anche dalle nostre parti qualche anno fa, e per la quale è davvero il caso di spendere il logoro aggettivo "seminale". Dopo la tragica scomparsa di Chris Reimer, parte della band ha dato vita ai post-punk Viet-Cong e ai Preoccupations, mentre Flegel si è dedicato a progetti ancora più sperimentali, come Androgynous Mind e Fels-Naptha, e come Cindy Lee ha già inciso tre album.
Questa sera Cindy Lee arriva in concerto a Bologna, all'AtelierSì in Via San Vitale 69 (in apertura Blak Sagaan). Ci si vede a banco!


Cindy Lee - A Message From The Aching Sky



lunedì 8 maggio 2017

Fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini

Carl Brave e Franco126 - Polaroid

«È passata una vita e non mi passa»: l’incontenibile voglia di raccontare una vita intera che ti prendeva quando ancora non avevi l’età per permetterti di parlare di “una vita”. Eppure, era quello il momento in cui si decideva. La vita, il quartiere, gli amici veri e persi, gli amori creduti, i mille bicchieri, le risate, tutte le serate identiche a morire di noia, i baci, i guai, le feste, e il film nella tua testa, i dialoghi, le scene. Tutto così fatto di frammenti, che però si tenevano assieme, e lo sentivi. Era il presente, suonava forte, passava e non passava, ti stava addosso e tu, che nemmeno te ne accorgevi, gli tenevi testa. Ti sembrava di essere «ancora pell’aria», ma eri già tu.
Carl Brave x Franco126 hanno intitolato il loro disco Polaroid (all’inizio non era nemmeno un disco: è stato prima una playlist su YouTube - a proposito del raccontare, con assoluta naturalezza, qualcosa del presente), una raccolta di istantanee che forse, a guardare meglio, sono soltanto fotogrammi di una stessa pellicola che si srotola. Da qui, una scrittura che procede felice e sovrabbondante per elenchi ed enumerazioni, qualcosa che riesce davvero bene al duo romano, e in mezzo a cui ognuno può scegliere il verso da ricopiare per riconoscersi. Tra fumo e birre, si mescola di tutto: frasi che sembrano tagliate e incollate dai nostri Whatsapp, fulminanti cronache quotidiane in una riga, «papiri di cazzate con le emoticon», piccola prosa crepuscolare, e anche quella decadenza spicciola a cui teniamo tanto in quella stagione acerba, ma stemperata da un sentimentalismo senza filtri né mediocre ironia. «So per certo cosa dire ma non te l’ho detto mai / e mi esce solo un "Come stai?"». Slanci e scazzi, illusioni e rimpianti, crederci fino in fondo e al tempo stesso avere già ben chiaro che «tanto finisce tutto prima o poi».
A fare da cornice costante, inesorabile e indispensabile, la città di Roma. Quella dei baretti di sempre, ma con i «grattacieli che si rubano il cielo»; quella del vecchio mercato delle sette, ma con le Enjoy che sfrecciano; quella della Fontana di Trevi, a cui rubare ancora oggi i desideri, ma pure quella dello “zozzone” dove finire la nottata. Una Roma con i gabbiani che planano sulla spazzatura e Villa Pamphili «verde che pare l'Amazzonia». Una Roma vista nei like sotto alle foto e nelle corse in motorino per tutti i vicoli e i viali. Una Roma che trasforma i barcollanti protagonisti delle storie che l’attraversano in «fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini», onnipresenti nelle canzoni di Carl Brave e Franco126, tanto da ispirare la bella copertina firmata da Valerio Bulla. Come uno Urban Dictionary “de Trastevere”, Polaroid dispiega le proprie strade e il proprio slang in un solo gesto, e la sua eleganza sta nel suo essere forse non perfetto ma, proprio come un’istantanea, vivido e immediato.
Passa quasi in secondo piano mettersi a catalogare questo disco come hip-hop oppure no, trap ma non abbastanza, pontificare sulla qualità del flow di queste rime irregolari, che non parlano mai di sé stesse. Non è difficile immaginare che, se fosse uscito qualche anno prima, sarebbe stato un disco suonato e cantato in maniera molto più “italiana” e convenzionale. Queste canzoni, con certi ritornelli già pronti per diventare tormentoni, potrebbero reggere un trattamento cantautoriale classico. Ma Polaroid è un disco del 2017 a tutti gli effetti, e quindi ecco che ci sono le voci roche di sigaretta ingoiate dall’auto-tune, i ritmi scarni mai troppo veloci, dalla cadenza di nenia, e pochi bassi ma efficaci a riempire. L’ingrediente in più che Carl Brave e Franco126 hanno saputo aggiungere è una misurata combinazione del sintetico con elementi più caldi, soprattutto chitarre acustiche a reggere le melodie, ma anche sassofoni o violoncelli. Non a caso, nelle interviste i due possono citare tanto Neffa quanto Paolo Conte, passando per il contemporaneo Calcutta e – va da sé – pure per Califano (anche se, a mio parere, l’influenza principale su questo suono resta la stupenda Faustona di DJ Gruff). È un album che scavalca abbastanza sciolto la questione dei generi e delle pose, e anche per questo motivo mi piace pensare che sia o possa diventare un’autentica polaroid del suo tempo.

[grazie a Rockit]

(mp3) Carl Brave x Franco126 - Pellaria

mercoledì 3 maggio 2017

Indie rock is here to die

Indie music makes Wesley Gonzalez sick, so he’s made his debut solo album without guitars

He says he’s always just wanted to make pop music, "but people don’t use that word… and then people start calling it indie-pop, which I FUCKING hate. Indie pop is my least favourite genre. I can’t stand it." [...] He says it’s funny working in a record shop and seeing the clientele for rock music in general – “it’s so unappealing; so oppressively white male that it doesn’t really speak to me that much anymore.” [...] “And living with indie boys,” he vents, “you put on a dub reggae record and they’re like, ‘eerrrrrr, I don’t know if I like this.’ And you can tell that a lot of the time there’s a very slight racism there as well, of, I don’t like black music. So I don’t hate indie music, but it’s the core values that it represents in my mind that I don’t like.”
Tutto quello che hanno fatto i Let's Wrestle l'ho amato. Da quando, ormai dieci anni fa, apparvero all'improvviso proclamando "this is the death of an indiepop fan", fino alla gloriosa serata in cui conclusero il loro concerto d'addio con un'improbabile rissa. Se ci ripenso, è successo senza nessun vero motivo. Un po' per partito preso, Wesley Gonzalez è sempre stato uno che "dice qualcosa a me e alla mia vita", anche se probabilmente lui sarebbe dell'idea che abbiamo poco in comune. Questa sua monumentale intervista su Loud And Quiet di qualche giorno fa, in cui si racconta l'inizio della sua seconda carriera (a 26 anni) e il suo prossimo esordio solista con Excellent Musician su Moshi Moshi, mi ha colpito duro. Non tanto per le confessioni sulla droga o per la sua rabbia adolescenziale: sono state le sue parole sulla scena musicale a cui dovrebbe appartenere e in cui non si riconosce. Lo so che ha ragione, come so che certi toni fanno parte del suo "personaggio", ma al tempo stesso, sento che qui ci manca sempre di più la terra sotto i piedi.
Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo letto pezzi intorno al canovaccio "indie rock is dead"? Quante volte ci siamo sentiti ripetere che non è più l'epoca di Our Band Could Be Your Life? Come ha scritto Derek Robertson su Drowned In Sound, "this is indie rock's very own Groundhog Day". Sembra appena ieri che ci costringevano a metabolizzare la morte della stessa parola "indie", lo smarrimento del suo significato politico, la riduzione a genere musicale come estremo rinnegamento di quei valori, la nostalgia dei Novanta come ultima svendita eccetera eccetera... E ora non solo ci dicono che il genere sta scomparendo, via via meno rilevante dal punto di vista discografico (la cosiddetta "post-DIY era"), ma sta diventando pure qualcosa a cui contrapporsi? Qualcosa, addirittura, di sbagliato? Ascoltare i Pavement è il nuovo votare Democrazia Cristiana, ed eravamo troppo distratti dalle ristampe in vinile colorato dei Record Store Day per accorgercene? L'indie rock è diventato roba trita per borghesi discutibili.
Giusto ieri,  Tracey Thorn ha rincarato la dose con un articolo dal programmatico titolo "The unbearable whiteness of Britpop" dove contesta la tradizionale lettura dei Novanta britannici, bianca e conservatrice, spingendosi a criticare anche una figura carismatica e rispettata come quella di Jarvis Cocker:
For some reason in the mid-Nineties a form of nostalgia began to hold sway, and we let it. In 2017, with the arguments about grime at the Brit Awards, I realise that we’re still having the same conversations about how to reflect and respect successful underground scenes, and we’re not much further on. Maybe the rot set in when we let the news lead with an item about two rock bands releasing singles on the same day and pretended that it was a groundbreaking story.
Ok Tracey, mi rendo conto che anche i dischi che ascoltiamo, i libri o i siti che leggiamo, i film che andiamo o non andiamo a vedere, le piattaforme digitali a cui ci abboniamo, tutto questo rappresenta, per usare un'espressione banale, una "scelta politica". Per il semplice motivo che esiste ed è all'opera una politica culturale, in maniera più o meno consapevole e collettiva. Per quanto ci crediamo raffinati intenditori, arguti critici, al sicuro nella nostra rigogliosa nicchia, siamo tutti anche il risultato (o forse solo la schiuma dell'onda) di uno Zeitgeist che ci ha prodotti.
Mi sento bloccato: da una parte, il nostro gusto, quello che si è formato e ci ha formati per una vita, non è mai apparso come oggi tanto anacronistico e superato; e dall'altra, la nostra stessa sensibilità per tutto ciò che si chiamava alternative ci spinge ora a riconoscerne i limiti, anche ideologici.
La sintesi più crudele e impietosa di questo stallo l'ha messa nero su bianco un mesetto fa Michael Hann, nell'editoriale con cui si congedava da music editor del Guardian:
Rock music is in its jazz phase. And I don’t mean it’s having a Kamasi Washington/Thundercat moment of extreme hipness. I mean it’s like Ryan Gosling’s version of jazz in La La Land: something fetishised by an older audience, but which has ceded its place at the centre of the pop-cultural conversation to other forms of music, ones less tied to a sense of history. Ones, dare I say it, more forward looking.
Siamo lontani dalle cose che succedono. "Forward looking", mi accorgo, non è sempre la prima cosa che chiedo alla musica che ascolto, e da cui, nonostante tutto, cerco ancora piacere. È sempre stato così? È un mio (o nostro) problema di anzianità di servizio? Nella nostra "range life" la musica è diventata una collezione di vanitose playlist, e non ci aiuta più a crescere? O sono invece le band e i dischi ad avere perso originalità, spinta propulsiva, attitudine (come si diceva una volta)? Oppure sono i critici e i giornalisti musicali a essere incapaci di leggere quello che succede, impigriti dall'appiattimento e dall'accelerazione del discorso intorno alla musica?
Oggi sembra più intelligente (vorrei dire opportuno, in tutte le sue sfumature) porre al centro dell'attenzione figure che si muovono su altri suoni e altri linguaggi, come una Beyoncé o un Kendrick Lamar, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Il giro di soldi, il clickbait, la capacità di incidere sul presente sono incommensurabili. Invece, etichette come "guitar pop" o "post rock", per esempio, suonano oggi come il bacio della morte nella bio di una nuova band (che nove volte su dieci sarà composta da ragazzi bianchi). Poi mi torna in mente una domanda alla fine del bel pezzo di Steven Hyden, "For The Last Time: Rock Is Not Dead, You’re Just Not Paying Attention":
Iggy Pop was never a pop star. If music history solely reflected the marketplace, Iggy Pop would’ve been forgotten long ago. It was up to critics to remind future generations that this guy mattered.
During Gimme Danger, I found myself wondering: How would music critics in 2017 regard a band like the Stooges? Would they appreciate the unrelenting power of the band’s 1970 LP Fun House, or would they denigrate the Stooges because they were never as popular as Cat Stevens? Is it possible that the poor commercial performance of Fun House — surely one of the greatest rock albums ever made — would be used as evidence that rock was dead?
D'accordo, l'estetica indie rock ha ormai i capelli grigi come noi, e forse è vero: alcune contraddizioni latenti che ne erano alla base sono venute al pettine del tempo. Ma con gli anni si matura anche un certo disincanto per certi roboanti proclami, fossero pure quelli della morte dell'indie rock. Si legge meglio tra le righe la nostalgia dei vent'anni di una nuova generazione (benvenuti!), l'invidia per i "kids coming up from behind" che ora sono diventati gli altri. Ci si scopre anche abbastanza tranquilli ad aspettare "la puntualità delle mode musicali" e il prossimo giro di giostra.
Non aspettiamoci una nuova Seattle, e nemmeno i nuovi Strokes, come se nel frattempo non fosse successo nulla. I semi gettati in tutti questi anni sono qui, in mezzo a noi, e forse qualcuno è stato troppo impegnato a raccontarsi la fine dell'indie rock per prestare ascolto.
“Rock is changing, and some people can’t see how it is moving forward because they are waiting for a new Fugazi to show up,” he said, referring to the D.C. post-hardcore band famed for its principled, do-it-yourself ethos. “It’s not gonna happen.”
A parlare, dalle pagine del New Yorker, è Andrew Savage dei Parquet Courts, proprio una delle band che negli ultimi anni ha meglio spinto in avanti i confini della musica "fatta con le chitarre". Il bell'articolo di Hua Hsu, pur partendo da una passione personale, e non trascurando il cambiamento di paradigma nell'ethos indie rock, riesce a mantenersi lontano da nostalgie e rimpianti. In fondo, si tratta di riuscire ancora a raccontare qualcosa, a farti sentire qualcosa. Penso a parecchi dischi "weird" che miè capitato di ascoltare di recente, ma anche a nomi che in queste ultime stagioni sono riusciti a imporre la propria voce e le proprie regole: Mitski, Courtney Barnett, Vagabon, Sheer Mag, Allison Crutchfield, Girlpool... E sì: sto citando soltanto ragazze di proposito. Anche l'indiepop ha fatto la sua piccola parte, con l'ironia post-binary degli Spook School, l'irruenza dei Martha o la poesia dei Radiator Hospital. Immagino che qui ognuno potrebbe aggiungere i propri preferiti (a me, tanto per dire, dispiacerebbe lasciare fuori Car Seat Headrest).
Qualcuna di queste band l'avete vista passare nei vostri "New Music Friday" preferiti. Nessuna di queste band guadagnerà in tutta la carriera quanto gli one percenters delle Top10 intascheranno quest'anno. Nessuno di questi nomi salverà da solo l'indie rock, darà vita a un nuovo genere, e forse nemmeno passerà alla Storia. Ma la Storia non è finita. "The core values", caro Wesley, passano come tutto il resto: non perdiamo la mia ingenua fiducia, né la tua generosa rabbia, né la voglia di ascoltare ancora qualcosa di nuovo (per me è la cosa più difficile).





giovedì 27 aprile 2017

One life and then you’re done

Dag - Benefits of Solitude

All'inizio dell'ultimo show 2017, c'è una battuta di Louis C.K. che comincia con queste parole: "Life is okay. I like life. I like it. I don't need it. I'd be fine without it". Ecco, a volte la vita ti fa sentire proprio così: come se potessi tranquillamente fare a meno di lei. Tu e la vita siete pari. È un margine sottile come una lama: il momento di equilibrio in cui puoi dirti completamente in pace con il mondo, ma basta un niente e tutto può crollare. Un niente, proprio.
Mi sembra che ci sia parecchio "niente" dentro Benefits Of Solituide, il bellissimo disco di debutto dei Dag pubblicato da Bedroom Suck. Non intendo "niente" nel senso che questo è un disco nichilista. Piuttosto, c'è molto di quel niente che incontra uno che attraversa i suoi giorni e realizza di colpo che curiosa coincidenza è ritrovarsi sulla faccia della terra e, al tempo stesso, ha molto a cuore quello che ci fa vivere ogni minuto. Lo sguardo dentro queste canzoni è quello di chi è abituato a guardare lontano, in fondo alle lunghe distanze dell'Autralia. Le distanze che ti portano a misurare le parole. Immagini facilmente uno scenario rurale non molto allegro e florido, un orizzonte deserto. C'è la solitudine e c'è il silenzio, e c'è anche quel sorriso di chi ha bisogno di compagnia, ma ha imparato a non aspettarsi troppo dagli altri. 
A volte sembra proprio che tu e la vita siate pari, e i Dag sanno far nascere da quella sensazione di confidente abbandono alcune delle loro canzoni migliori: Guards Down, Exercise o la title track piaceranno a chi già ama Twerps, Totally Mild o The Goon Sax. Qui e là interviene la voce di Heidi Cutlack ad addolcire le melodie roche di Dusty Anastassiou, a volte è un violino o addirittura un sassofono. Altre volte, invece, credi di essere tranquillo e rilassato, e invece è soltanto il fronte di bassa pressione del tedio e della tristezza che avanza lento e si prepara a copriree l'intero cielo. I Dag possono all'improvviso diventare una band slowcore, come in Company, JB o nella conclusiva Endless, Aching Dance. Quell'oscurità che riescono a tirare fuori dalla loro stessa (apparente) leggerezza, è quello che rende questo disco un viaggio - per forza di cose solitario - molto affascinante.