venerdì 27 ottobre 2017

Youth Against Fascism @ Mikasa!

Youth Against Fascism @ Mikasa!

È sempre una buona occasione per chiamare una serata "Youth Against Fascism", anche senza attendere ricorrenze e commemorazioni. Per cui, quando ho letto che tornavano a Bologna i Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (finalmente!), e che di spalla c'erano pure i nostri amati Jackson Pollock, il promettente Dolan Tymas e gli scardinatissimi Dead Horses, ho trovato che una denominazione del genere fosse più che appropriata. Poi hanno invitato Fede "Gingerale" Pirozzi e il sottoscritto a mettere un po' di dischi prima e dopo i concerti, e allora non abbiamo potuto fare a meno di dare al nostro set il titolo di "Sloboda narodu" (*), un omaggio e un motto al tempo stesso.
La serata si annuncia bella carica, portatevi la maglia di ricambio. Occhio che l'appuntamento al Mikasa è abbastanza presto, verso le 21, tutte le info Fb qui. Ci si vede a banco!








mercoledì 25 ottobre 2017

Indiepop Jukebox (ottobre '17)

PARSNIP - Health

Quattro ragazze da Melbourne (che ovviamente non hanno nessuna intenzione di essere considerate una "band femminile") mescolano attitudine punk e beat Sixties con molto entusiasmo e molto divertimento. Le Parsnip stanno assieme da appena un anno ma sembrano già parecchio consapevoli ed agguerrite. Health, un 45 giri con quattro tracce, è in arrivo su Antifade Records, e da quello che si può già ascoltare sembra proprio che abbiamo trovato l'impossibile punto di congiunzione tra le Aislers Set e le Slits.





 Fits - Running Out

Uscirà il mese prossimo su Father/Daughter Records il debutto dei newyorkesi Fits intitolato All Belief is Paradise. Power pop asciutto da ascoltare pogando e puntando dita al cielo. Mi fa sorridere che la band dica di essersi formata "playing Brooklyn DIY spaces such as Shea Stadium and Silent Barn". Siamo già post anche quella scena oramai. Questo bel singolo Running "is about fear for the future, about growing up in and getting away from Trump Country, then much later realizing I’d never left. It’s about wanting to be optimistic despite all evidence to the contrary. It’s about being deluged by negativity from every direction and trying to keep your thoughts straight regardless. And it’s about wanting that to change".





Bee Bee Sea - D.I. Why Why Why

Ma vi siete accorti che un paio di giorni fa i Bee Bee Sea hanno avuto una première niente meno che su Brooklynvegan? La band "hailing from Castel Goffredo" (che la scorsa primavera era passata anche a polaroid!) sta per pubblicare un album intitolato Sonic Boomerang con la label statunitense Dirty Water Records USA in collaborazione con la Wild Honey, e sulle pagine del prestigioso blog di New York ha lanciato la nuova dirompente anteprima D.I. Why Why Why, garage rock festaiolo come solo i tre sciabolati sanno fare!







Esiste ancora indiepop in Svezia? La risposta, voglio crederci, è un netto sì. Prendi questi Delsbo Beach Club, quintetto di Stoccolma (ma originario di Umeå), che sta per debuttare su Rama Lama Records: fanno ben sperare. Citano Mac DeMarco tra le influenze e nel loro primo singolo All The Way Home hanno un sound bello rilassato e molto Eighties, non lontano da certi Beach Fossils.





 (don't) ASKMETODANCE #2 - Warm Morning Brothers + A Minor Place

Tornano a farsi sentire gli A Minor Place, instancabili difensori dell'indiepop fatto in Italia. Sono giunti al secondo singolo della serie di split più intimisti denominata "Dont' Ask Me To Dance", e questa volta dividono l'uscita con i piacentini Warm Morning Brothers (li avevo persi di vista, grande ritorno!). La band di Teramo con Lazy Genius prende in prestito atmosfere sospese alla Notwist, mentre la b-side Happiness Is A Stupid Song è una avvolgente ballata acustica guidata da un violoncello. Streaming e prezioso vinile via Bandcamp.





THE LAMPS - OKLAHOMA

In rete non si trovano praticamente informazioni su questi The Lamps, trio che fa base a Oklahoma City e che suona un twee pop delizioso e primaverile dai testi che sembrano pagine di diario. Io ci sento dentro un sacco di Frankie Cosmos ma anche certo indiepop classico USA Anni Novanta (Softies, Fairways...). Hanno pubblicato un EP di quattro canzoni che si chiama come loro e hanno aggiunto la tag "music for dogs". Mi stanno già super simpatici!





Totally Mild - Today Tonight

"I am strong and sensible, but I don't want to be alone", canta Elizabeth Mitchell, frontwoman degli australiani Totally Mild in questo nuovo singolo Today Tonight. Una canzone scritta durante "un lungo periodo di disoccupazione", in quelle giornate passate chiusi in casa ad aspettare che torni qualcuno, "sinking into the kind of depression that comes from doing nothing when you have the time to do whatever you want, the guilt of unproductivity. The house becomes a trap, you're not interesting enough to leave it anyway". Non so voi, ma è un sentimento che posso sentire molto vicino. La traccia (che su Soundcloud porta la significativa tag "lush pop") è il primo assaggio del prossimo album della band, Her, in arrivo a gennaio su Chapter Music.





LEV - EP

Il quintetto dei LEV si divide tra Padova, Londra e Bologna, e per mettere a punto il proprio pop elegante, capace di tenere assieme atmosfere sintetiche e acustiche, dichiara di ispirarsi a nomi come Damon Albarn, Kings Of Convenience e Tears For Fears, tra gli altri. Tutto molto giusto e molto appropriato, ma la cosa che al primo ascolto mi è piaciuta di più è quel loro recuperare (forse inconsapevolmente), in alcuni momenti più distesi, anche certe belle cadenze che dalle nostre parti erano state rese alla perfezione dagli Yuppie Flu. Il loro ottimo EP2 è da poco uscito in digitale.





Miss World - Waist Management

Si potrebbe tranquillamente fare una rubrica di nuovi singoli soltanto con le nuove uscite della PNK SLM. Seguire tutti gli aggiornamenti della label anglo-svedese è praticamente un secondo lavoro, con la differenza che sarebbe praticamente il lavoro dei sogni. Ne scelgo un paio al volo, tanto lo sapete che mi piacciono tutte. Tra le ultime arrivate nella nutrita scuderia, c'è Miss World, ovvero la londinese Natalie Chahal, già metà degli Shit Girlfriend. Il suo debutto solista è un EP di 4 canzoni intitolato Waist Management, colmo di melodie extradolci e Sixties (frequenti i paragoni con le Shangri-Las), ma con una punta ironica e beffarda che lascia piacevolmente spiazzati.





Spice Boys

Garage rock aggressivo e cinico, quella degli Spice Boys è la colonna sonora ideale per una festa che finirà in bolgia. L'album di debutto Glade arriverà soltanto a gennaio 2018, ma intanto suonano già forte i tre minuti di rabbia e frustrazione suburbana di questo singolo Spice City Boys.




lunedì 23 ottobre 2017

Nobody has a heart without some holes

JAKE BELLISSIMO - THE GOOD WE’VE SEWN

Poco più di un anno e mezzo fa capitavo per caso sul Bandcamp di un giovane cantautore americano, restavo incantato al primo ascolto, mi emozionavo forte, compravo all'istante un sette pollici e scrivevo le mie solite due righe emo sul blog.
In seguito accadde quello che ogni tanto (mai abbastanza) accade, quando un sovraccarico di entusiasmo si intreccia a una forte dose di ingenuità e a un sincero desiderio di condividere con tutti la musica bella: Jake Bellissimo mi mandò le sue nuove canzoni, le suonai alla radio, qualcun altro si innamorò, mi scrissero, le feci ascoltare a qualche altro amico, lui venne anche in Italia per un tour e mezzo (che fatica!) e ora - finalmente! - esce il primo album a suo nome: The Good We've Sewn. E posso dire con molta soddisfazione che lo pubblica quello sgangherato collecttivo a cui ogni tanto provo a dare una maldestra mano pure io, quelli della We Were Never Being Boring. Ascoltatelo quando avete un po' di tempo: spero con tutto il cuore che vi piaccia.

C'è un desiderio che vorrei vedere esaudito, uno e un solo desiderio per tutta la vita: vorrei non perdere mai la capacità di provare meraviglia. E che sia la meraviglia per un vasto cielo vuoto di nubi, o per come certe parole messe in fila possono riempirti gli occhi di lacrime, la meraviglia per il tempo che cambia la forma di un amore, o quella per un incontro inatteso che ti tiene sveglio a camminare e parlare tutta una notte: vorrei poter dire un giorno “di tutte le cose che mancano in ogni vita, in questa non è mai mancata la meraviglia”. E sarei felice.
Io credo che un sentimento molto vicino a questo sia quello che è possibile sentire palpitare nella musica di Jake Bellissimo. Giovane compositore newyorkese, dopo una prima parte di carriera con lo pseudonimo di Gay Angel, e dopo un EP nel 2016 (Piece Of Ivy, Drunk With Love Records), arriva ora alla prima prova sulla lunga distanza, mostrando già una maturità fuori del comune.
Immaginate un elegante pop orchestrale che tenga assieme la poesia di Andrew Bird con l’urgenza drammatica di Bright Eyes, riuscendo a distendersi in sontuosi arrangiamenti che possono ricordare i Belle & Sebastian o Jens Lekman, frutto della formazione da musicista classico di Jake. Un suono che riesce a essere prezioso sia nei suoi momenti più accesi e trascinanti (il singolo Indipendence Day), come in quelli più delicati e idilliaci (In Weston), sia quando si presenta scarno e acustico (Noise War), o quando arriva a sfiorare i colori del musical, come nella title track. Un album che ti travolge e che ti parla da vicino, un’opera prima capace come poche altre di donare meraviglia. 




mercoledì 18 ottobre 2017

Don’t say it’s over, 'cause nothing ever is!

Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14

Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14

Per chi arriva da Bologna, la zona intorno all’Astra Kulturhaus di Berlino a prima vista ha un’aria abbastanza familiare: quello scenario post-industriale abbandonato e occupato, poi riconvertito e ripulito, e infine di nuovo consumato e degradato al livello in cui coesistono - tutto sommato pacificamente - graffiti di chissà quali illustri artisti ospitati in passato e furgoni di piadinari, neon colorati e angoli dove ammucchiare carcasse di lamiere, alberi monumentali e ruderi ricoperti di tag e cespugli, la progettualità e il pattume, bar asettici come Apple store e androni (probabili garage di giorno) intasati di divani vintage (o che diventeranno vintage dopodomani, non si vede bene) dove franare a finire birre inevitabilmente artigianali sotto lo sguardo severo di buttafuori e guardarobieri. Anche gli angoletti di spaccio fuori dai cancelli della metro sembrano in fin dei conti abbastanza composti, segnalati nell’ombra da uno speaker bluetooth che diffonde trap in mezzo alle gambe del gruppetto di ragazzi che mi attraversano con lo sguardo. È come se la capitale tedesca mi dicesse “vez, adesso te lo faccio vedere io come si fa la tua Piazza Verdi”.
Mi sembra per un attimo di ritornare a quella prima notte al Livello57, al Bestial Market di tanti anni fa, ma su scala esagerata. Questo è Blade Runner 2049 in 3D, e quello era Nirvana di Salvatores in videocassetta. Manca però negli occhi lo stesso stupore, lo stesso trasporto. Mi domando se esista un numero massimo di ex aree industriali riconvertite in centri sociali, spazi espositivi, squat, “laboratori”, orti urbani, localini tipici Instagram con le scritte in corsivo sulle lavagnette, che un tessuto urbano può sopportare di assorbire. Berlino deve essere senza dubbio uno dei principali esperimenti mondiali in questo ramo della ricerca, con una concentrazione vertiginosa di architetture che contengono e prolungano all’infinito ogni gesto compreso tra il currywurst, il vernissage, il kinderyoga e la coda per l’ingresso con accredito, e in mezzo una sosta ironica al Photoautomat da “veri” turisti.
Certo, atterrare a Berlino per un classico e iper-provinciale weekend mordi e fuggi leggendo Teoria della classe disagiata condiziona fatalmente la prospettiva. Eppure è vero che al decimo “questo era un grande magazzino della DDR, dopo il Muro è stato occupato, ci ho visto gli Yo La Tengo in una stanzetta così, adesso apre uno show-room della Mercedes” non si capisce più perché dovrebbe essere importante distinguere il confine tra l’autentico e l’autosuggestione. Non è più questione di cinismo: è solo design, “spiegato bene”.
Sono qui per vedere gli Shout Out Louds in concerto, nel 2017, e forse anche io non sono più il fiero Bauhaus di una volta. Nel quartierino semi-periferico che è la mia generazione esco sempre di meno, ogni tanto faccio un giro in bici di notte, quando non c’è traffico, ma a volte ho il sospetto di essere stato sgomberato pure io. Eppure non è sempre così: prendi per esempio questo splendido imbrunire d’autunno berlinese. A mano a mano che passano gli anni, le stagioni alla radio e i nuovi nomi delle serate negli stessi locali che frequentiamo da sempre; a mano a mano che gli ultimi lavori di gentrificazione di quello che chiamavamo “indie rock” non valgono più nemmeno come esercizio di stile per avanzi di clickbait; a mano a mano che i ricordi si confondono, i poster che strappavamo sono stati messi ordinatamente in cornice e per l’abbonamento alla passione della tua vita te la cavi con dieci euro al mese, l’idea stessa di continuare a fare una fragile cosa che facevi identica quindici anni prima – soltanto perché hai l’ingenua convinzione che sia ancora bella e importante – mi appare, giorno dopo giorno, sempre più inedita, sconvolgente e azzardata. L’azzardo modesto e irrilevante delle mie abitudini e dei miei logori gusti mi porta a guardare questi onesti musicisti, questa sera qui davanti a me, con una quantità di benevolenza, amore e riconoscenza che trascende qualsiasi valutazione della musica, per quanto la mia possa essere già soggettiva, del tutto di parte e via via meno lucida da qui fino alla fine del concerto. Voglio dire: sull’ultimo bis degli Shout Out Louds, una travolgente versione di Impossible che non voleva mai finire, siamo saliti di corsa sul palco a ballare in mezzo a Ted, Carl, Adam e Bebban. Abbiamo più di quarant’anni, dei figli, la maglietta inzuppata di sudore e vaffanculo: questa musica è ancora la nostra casa.
Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14
Per un periodo, è sembrato che gli Shout Out Louds non dovessero nemmeno arrivare qui. Molti dicevano che non ce la facevano più, che dopo l’ultimo album era passato troppo tempo, tempo più veloce del loro suono, altre scelte di vita, altre scelte di carriera non sempre indovinate, col senno di poi. Una manciata di recensioni gentili e poco più, “un gruppo da 7”, giusto per l’anzianità di servizio e l’affetto di qualcuno per i primi Duemila. Eppure il nuovo Ease My Mind è un disco sontuoso, compatto, perfetto compendio della storia della band svedese. Un disco che merita attenzione, che trabocca una serenità conquistata e che si lascia alle spalle domande e contraddizioni. Forse ha in scaletta un paio di ballate di troppo, forse soffre la mancanza di un vero singolo sferzante e decisivo, ma il suo passo mai troppo spedito e mai troppo lento trova il ritmo della tua malinconia e riesce a raccontarti la sua, anche dietro la luce calda e tranquilla che diffonde. Una malinconia sorridente in forma di pop pieno di chitarre e cori. Riesci a immaginare qualcosa di più anacronistico? E invece questo ennesimo tour europeo ha visto gli Shout registrare parecchi sold-out. Anche stasera ci sono andati vicino, ma l’Astra di Berlino, una elegantissima sala in legno ereditata dal Dopolavoro Ferroviario della Germania dell’Est, sembra davvero enorme. Oltre un migliaio di persone e ancora c’è spazio in fondo. Guadagno un posto avanti senza troppa fatica mentre stanno finendo The Hanged Man, il nuovo progetto di Rebecka Rolfart, chitarrista delle adorabili Those Dancing Days. Niente di più lontano da quelle atmosfere: tanto le Those Dancing Days si presentavano come solari e scanzonate, quanto gli Hanged Man suonano drammatici, a volte piuttosto ipnotici e dark. Sono molto bravi a creare spazi dilatati che le percussioni, affilati synth e la voce cupa di Rebecka riempiono con notevole passione. Ma la domanda che mi gira in mente tutto il tempo è che tipo di live faranno questa volta gli Shout Out Louds. Li ho visti attraversare più o meno tutte le fasi della loro carriera: dalla folgorazione a Emmaboda 2003, anno in cui esplosero in Svezia, con quell’indiepop travolgente che pestava forte come schietto rock’n’roll, passando per la stagione dei set più ambiziosi ed espansi, in qualche misura sulla traccia di certi Arcade Fire, fino agli ultimi anni, in cui anche le canzoni che sui dischi sembravano più cerebrali, introverse e asciutte, si animavano e si illuminavano, e ti abbracciavano come sanno fare solo gli Shout: un indie rock liberato, disteso, ormai senza tempo né pressioni.
L’attacco del concerto di Berlino mi stende: Paola, la canzone più apertamente New Order del nuovo album, un lungo inno all’età dell’oro, alla capacità di afferrarla, all’amicizia che tiene assieme una vita intera. Sentirla dal vivo, così enorme e scintillante, mi fa rabbrividire. La band è salita sul palco con calma, sembra in forma nonostante le settimane on the road, e la risposta del pubblico è subito imponente. Un elemento costante dopo tanti concerti degli Shout Out Louds: hanno sempre le platee più felici e sorridenti che abbia mai visto. Nel giro di cinque minuti sto parlando con una coppia che è arrivata in macchina da Praga. Ogni tanto si solleva un’onda di pogo, ma è una roba da festa del liceo. Le successive Very Loud e Fall Hard in rapida sequenza sono la doppietta che mi mette già definitivamente KO. Non ero pronto, non sapevo quanta voglia avessi di sentire di nuovo gli Shout Out Louds dal vivo. Sembra passato tantissimo tempo, e ogni ragionevole considerazione intorno al valore di un loro disco o un altro non ha più senso. Le loro canzoni hanno segnato così tanti momenti diversi sulla mappa dei miei ultimi tre lustri che lì, davanti al palco dell’Astra, è come se fossi più leggero, trasparente, e facessi tutto il giro da capo un’altra volta, ma senza dolore.
Shout Out Louds live @ Astra Kulturhaus, Berlino 2017/10/14
La scaletta del concerto procede così, tra canzoni classiche dentro cui perdere gambe e testa (Normandie, You Are Dreaming) e pezzi più recenti per tirare fiato (Throw Some Ligth, o la title track del nuovo album). Sulla devastante Tonight I Have To Leave It Adam scende a cantare in mezzo alle prime file, e a quel punto è inevitabile l’abbraccio collettivo tutti intorno a lui mentre perdiamo la voce. Per Walls sale invece sul palco come ospite Ian Hooper, cantante dei Mighty Oaks, band con cui gli Shout erano stati in tour nel 2013, e hai proprio l’impressione che tutto stia succedendo in maniera così naturale e “tra amici” che, nonostante la schiena non ti regga più, questa serata potrebbe anche non finire mai. Ma è interessante osservare come gli Shout Out Louds abbiano raggiunto un punto della propria storia in cui possono permettersi di lasciare fuori da un set alcuni dei loro singoli più noti come 100° o The Comeback, senza comunque far perdere al concerto un solo istante di intensità. Glielo devi concedere, li hai visti crescere, diventare la band matura e senza incertezze di oggi, ed è naturale che abbiano voglia di cambiare.
Grandioso finale, tre canzoni per il bis, prima Adam e Bebban da soli su una delicata Go Sadness, poi la nuova Porcelain (quasi un manifesto dell'ultimo lavoro) e infine Impossible, tirata, rimbombante e commovente come non mai. "Your love is something I cannot remember": ma concerti epocali come questo sanno risvegliare la memoria (e il cuore) come poche altre cose al mondo.





sabato 14 ottobre 2017

Everything you see tonight is different from itself

polaroid – un blog alla radio – S17E02

The Spook School – Still Alive
Boys – Rabbits
Plastic Flowers – How Can I
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Paolo Spaccamonti & Paul Beauchamp – White Side
The Clientele – Everything You See Tonight Is Different From Itself
Shout Out Louds – Ease My Mind
Tennis Club – Birthday
The Strokes – The Modern Age

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venerdì 13 ottobre 2017

You've got a lovely haircut, now you don't want me anymore


"I thought you liked me / but you, you just wanna smoke my weed". Storie di feste che non si sa bene come sono andate a finire, ragazze che non abbiamo ancora capito se sono diventate ex o cosa, ma intanto facciamoci un giro in macchina con i tuoi amici (sono tuoi amici questi?) e stiamo ancora un po' fuori. Garage rock a bassa, bassissima fedeltà, voci che arrivano da una radio rotta in cantina, melodie irressitibili come un pacco da sei birre che ti aspetta in frigo dopo questo pacco da sei birre che abbiamo appena aperto: mi sembra di riascoltare per la prima volta i vecchi Harlem. Loro si chiamano Tennis Club, provengono da Joplin, Missouri, hanno appena pubblicato uno sgangheratissimo, fulminante e delizioso album su Spirith Goth Records per il quale non hanno nemmeno fatto lo sforzo di inventarsi un titolo. Forse non inventano nulla nella storia del rock, ma io non so cosa darei per essere a qualche party là con loro stasera!



mercoledì 11 ottobre 2017

Lately I've been living like I'm so far away

the clientele - music for the age of miracles (2017)

Quando incontreremo la persona che, per una vita, abbiamo desiderato con tutto il cuore tornare a incontrare, e nonostante gli anni e le attese, nonostante quel nodo aspro poco sopra lo sterno e il vuoto poco sotto, e nonostante i discorsi che rotoleranno a dirotto nella testa, ci guarderemo negli occhi, il vento soffierà pigro un po’ di foglie, e non sapremo come dire.
Parleremo del tempo. Parleremo di questa sera d’ottobre che scende sul parco, del cielo che si fa viola e vetro, dello scirocco che addolcisce l’imbrunire. E parlando del tempo, il tempo a poco a poco svanirà. Così noi.
Le canzoni dei Clientele sono da sempre un’infinita raccolta di infinite modulazioni di discorsi sul tempo. Da questo punto di vista, i Clientele potrebbero essere considerati la quintessenza del gruppo british. Quel carattere british idealizzato, di altre vaghe epoche, fatto di buone maniere, cordiali abitudini, gusto raffinato e rigoroso, accurato disincanto e frugale ironia. Ma tra le righe di quei discorsi sul tempo, la poesia di Alasdair MacLean ha sempre lasciato filtrare riflessi d’altro: piccole scene palpitanti, istantanee di storie che non si potrebbero raccontare se non attraverso gesti misurati, vorrei dire affettuosi, carezze travestite di musica.
Everyone You Meet, per esempio, una delle più belle canzoni dentro questo il album Music For The Ages Of Miracles, si apre con un consueto sguardo al cielo, “Pleiades fall and Pleiades rise”, eppure dentro questa notte la voce si sente “blue, very blue” e nell’inquietudine non trova sonno. Finalmente, la domanda cruciale giunge nell’ultimo ritornello: “will I see you on Friday night?”.
Music For The Ages Of Miracles arriva dopo sette anni di silenzio per i Clientele ma, come hanno sottolineato tutti, è come se non fosse passato un solo giorno nel loro mondo. The Neighbour, la prima traccia del disco, su un attacco da Left Banke, esordisce così: "Evening’s hymn / Conjures the park / And now, out of the dark / In a dream I followed you home". Esiste qualcosa di più "Clientele"? Intatta la capacità di comporre acquerelli in forma di musica; intatto il dono di saper racchiudere in una canzone un paesaggio che da suburbano si scioglie nel sogno.
Londra, o meglio: il sentimento evocato da una sbiadita fotografia di Londra sembra essere la cornice invariabile di queste scene piene di tramonti autunnali, incontri nella foschia, fantasmi danzanti che ci sembrano familiari, strade in cui camminiamo senza parlare, conversazioni custodite dentro profondi abbracci. Arrangiamenti di fiati e archi scintillanti ma dolcissimi, di una scrupolosa eleganza quasi ipnotica, sempre trattenuti un attimo prima di spargersi nello sdolcinato (non a caso, i pochi paragoni nelle recensioni chiamano in causa lo stile impeccabile dei Tindersticks o gli incanti dei Felt).
La malinconia dei Clientele resta sempre lieve, in trasparenza, come quel sorriso che fai quando parli soltanto del tempo e di quest'aria d'ottobre con la persona che hai finalmente incontrato.

(mp3) The Clientele - Everyone You Met

lunedì 9 ottobre 2017

No such thing as too old!

 no such thing as too old! a cute compilation!

Quelle piccole compilation che una volta ti facevano scoprire mille band che non immaginavi nemmeno, intere scene che si rivelavano preziosi tesori, tutte da scoprire e approfondire: che fine hanno fatto? Oggi che sembra difficilissimo non sapere tutti le stesse cose, oggi che addirittura sembra complicato evitare di venire a conoscere cosa fanno sempre gli stessi nomi, imbattermi in una cassetta indiepop (di per sé un oggetto destinato all'estinzione di un genere già votato all'anonimato e all'isolamento), piena di band che mi sono quasi del tutto oscure, ma che in qualche modo sento già vicine e "mie", è una cosa che mi regala un piacere raddoppiato.
Per festeggiare il proprio compleanno la label indipendente di Saint Louis, Missouri, It Takes Time Records, ha realizzato una cassetta (che vi arriva con tanto di carte tipo giochi di ruolo) intitolata No Such Thing As Too Old! A Cute Compilation!: dimmi se esiste un titolo più twee? In scaletta dieci inediti e solo un paio di nomi che mi sono noti: i cari vecchi Trust Fund (con la loro canzone più "orchestrale" di sempre) e i Boosegumps (con una delicata ballata che mi ha ricordato le Softies), mentre il resto spazia dal lo-fi scarno alla Casiotone For The Painfully Alone di Father Truck, al cantautorato stile Yo La Tengo di Generifus, allo scandi-scanzonato synth-pop di Coastal Car.
Aggiungete infine che la compila ha pure scopo benefico, e il ricavato andrà a sostenere il St. Louis Legal Fund, "a comprehensive legal support fund for use in court and legal costs for activists in the St. Louis region". Non c'è modo migliore per festeggiare un'etichetta e certe care vecchie vie per scoprire musica: vecchie, ma non "too old", per l'appunto.



domenica 8 ottobre 2017

Come back to the city, baby podcast

CINEMA RED AND BLUE

"polaroid - un blog alla radio" S17E01

Cinema Red And Blue – Come Back To The City, Babyface
Radiator Hospital – Nothing Nice
Alvvays – Your Type
Clap Your Hads Say Yeah – Better Off
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per “Troppa Braga“]
Trust Fund – U-Mix
Elva – Tailwind
Petite League – Reclusa
Shout Out Louds – Paola
Guggi Data – 900

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giovedì 5 ottobre 2017

Do you want to forget life?

Alvvays - Antisocialites

Una serie interminabile di domande attraversa Antisocialites, il secondo e atteso album degli Alvvays. “What’s left for you and me?” chiede la magnifica apertura In Undertow, mettendo in chiaro da subito quale sentimento animerà la raccolta, fino ad arrivare alla conclusiva “Did you want to forget about life with me tonight?”, che sembra avere abbandonato la speranza di ogni conforto che non sia oblio. In mezzo, luci incerte dentro immagini di sogno (o era solo un ricordo di noi due?): “If I saw you on the street, would I have you in my dreams tonight?” Poco dopo, un amore tenta di aggrapparsi alle figure votive di Jim Reid e Iggy Pop sublimate nell’LSD, ma puntualmente manca l’obiettivo: “You’re a lollipop in my hair, how could I ever betray you?”. Altrove, una Molly Rankin in versione “mayhem” prova a fare piazza pulita delle insopportabili indecisioni del suo amante: “Hey, have you lost your sense of place?”.
Una serie interminabile di domande che però non sembrano avere bisogno davvero di una risposta. "Now that you’re not my baby / I feel alive for the first time". La band di Toronto non attende indicazioni, sa già qual è la strada che dovrà intraprendere. Forse non c'è dolore più grande ma, dal punto di vista onnisciente ed egoista di noi ascoltatori, non possiamo che esserne felici.
Come ogni grande gruppo indiepop, anche gli Alvvays riescono alla perfezione a tenderci la trappola musicale più dolce, seducente e prevedibile di tutte: mescolare malinconia e tristezza con canzoni squillanti, capaci di trascinare e fare letteralmente scoppiare il cuore di gioia. Mentre i testi racchiudono la cronaca intima, a tratti cupa, di un deterioramento inesorabile, le chitarre e le melodie degli Alvvays sembrano raggiungere uno splendore e una grazia pieni di eccitazione, trovando una forza se possibile anche superiore a quella dell’album che ce li ha fatti conoscere. Sopra misuratissimi tappeti di synth, il suono si è fatto ancora più spazioso, caldo e palpitante. Il rumore è tenuto quasi sempre sotto il livello di guardia.
Se lungo Antisocialites qui e là tornano in mente i prevedibili paragoni che facevamo di fronte alle loro prime prove, dall'indie rock estivo à la Best Coast, all'indiepop più scintillante di Camera Obscura / Concretes (e in mezzo aggiungiamo il rimando ai Television Personalities di Plimsoll Punks, e quella deliziosa riproduzione in scala dei Fleetwood Mac che è Dreams Tonite), bisogna riconoscere che gli Alvvays hanno ormai sviluppato un suono che, in tutto e per tutto, è soltanto loro. E soprattutto bisogna riconoscere che sono riusciti a realizzare un secondo album che addirittura supera le aspettative e i risultati dell'esordio.