venerdì 17 novembre 2017

Indiepop Jukebox: anti Venerdì 17 edition

Fascinations Grand Chorus

Stephanie Cupo (voce e tastiere) e Andrew Pierce (batteria) formano i Fascination Grand Chorus, giovane duo di Brooklyn autore di un indiepop dolcissimo e un po' retrò che flirta con l'estetica Northern Soul. Hanno annunciato un nuovo EP intitolato Anglesea, aperto da questa When You're Mine, tutta coretti e ammiccamenti:





Bed Wettin' Bad Boys

Uno dei pezzi indie rock più epici di questo autunno 2017, Victoria, ultimo singolo dei Bed Wettin' Bad Boys, tratto dal loro nuovo album Rot, distribuito da un team di etichette davvero notevole: R.I.P. Society Records (AU / NZ), What’s Your Rupture? (USA / CAN) e Agitated Records (UK / EU). Indie rock glorioso e ubriaco (di elettricità) che amerete se già amate i dischi dei loro "cugini" Royal Headache.






Less Than Perfect è il secondo singolo tratto da Could It Be Different?, il terzo album degli Spook School in uscita per Slumberland (USA) e Alcopop (UK) il prossimo 26 gennaio. Il cantante e chitarrista Nye Todd spiega che la canzone racconta di "youthful insecurity and the road to becoming comfortable with who you are". Il difficile equilibrio tra il continuare giustamente a lottare e lo scendere a ragionevoli compromessi. Non a caso quando il ritornello esplode canta: "It’s alright now / Not what you hoped but that’s OK / Teenage hopes are never less than perfect anyway".




Weird Bloom - Guardian of the Men

Weird Bloom è il nuovo nome che si è data la band psychedelic rock romana Weird Black. Da poco hanno pubblicato un nuovo singolo (con surreale video annesso) intitolato Guardian Of The Men, un divertente trip da Sgt. Pepper acidissimo, come anteprima di un album che vedrà la luce (o mille colori, non saprei) il prossimo 12 gennaio. La bella notizia è che la settimana successiva i Weird Bloom saranno tra le band che rappresenteranno l'Italia al prestigioso festival Eurosonic Noorderslaag di Groningen.





The Academic - Why Can’t We Be Friends?

Leggo che il giovane quartetto irlandese The Academic è in tour in Europa di spalla ai Kooks, e la cosa ha perfettamente senso: il loro suono mi riporta a quella stagione molto fluo e myspace in cui l'indie rock slim-fit di band come Mistery Jets, Maxïmo Park o Good Shoes era ancora fresco e vigoroso, e inebriava pista piena di sbarbe e sbarbi al settimo cielo. Il nuovo delizioso singoletto Why Can't We Be Friends? anticipa l'album Tales From The Backseat, in arrivo a gennaio.





SAY SUE ME

Dell'ottimo twee pop dal contenuto 100% Sarah proveniente dalla Corea del Sud vogliamo lasciarlo fuori da questa rubrica? Ovviamente no! I Say Sue Me hanno già pubblicato un album, un EP e vari singoli, disponibili anche in Europa nella raccolta curata dalla Damnably Records. Per il decimo compleanno della loro etichetta coreana (Electric Muse) hanno pubblicato il 45 giri Good For Some Reason: "It's the first song we worked together on with our new drummer, Chang Won. I was struggling with some pessimistic thinking, which is a habit of mine, and I asked nobody in particular 'Why am I doing this?' He told me, 'Because it's the easiest thing to do'. For some reason that answer hurt my pride a little bit and I decided I didn't want to be so negative anymore. Now whenever I feel sad, I make myself believe that things will get better somehow." ".

mercoledì 15 novembre 2017

Days turn into years

Makthaverskan

Una musica per quando cade il cielo e per quando stringi i pugni e fai di tutto per resistere. Il suono stesso dell'ostinazione, una voce va avanti contro tutto e contro tutti, nonostante un disperato, estremo e assoluto bisogno d'amore o d'aiuto, non fa differenza. Qualcosa tanto potente, tanto seducente e al tempo stesso tanto distante che può riuscire in questa maniera cristallina solo a una band svedese. L'ardente intensità dei Makthaverskan consiste nel riuscire a essere una band sostanzialmente dream-pop che però impiega i mezzi (i muscoli, mi verrebbe da dire) della cupezza più post-punk. "You don’t even see it in my eyes / You are all that I want": le parole con cui si apre il terzo album della band di Göteborg mettono da subito in chiaro quale sarà l'umore affranto (ma anche l'irrecuperabile conflitto) dentro queste canzoni. Il giro di basso tetro e frenetico con cui si annuncia Eden ("We build it all / Just to watch it fall / We build barricades / There's so much hate / Humanity equals misery") potrebbe arrivare da direttamente dalla Manchester del 1979, ma quando poi fiorisce quel riff malinconico, è come se la fotografia in bianco e nero prendesse colore. L'atmosfera iperdrammatica delle loro canzoni, tra quelle chitarre supersoniche e quei ritmi forsennati, ha pochi paragoni, non a caso tutti nordici, come Agent Blå e Sun Days, o come i "cugini" Westkust o il loro ex chitarrista Guggi Data. Se proprio dovessi trovare un difetto nelle canzoni dei Makthaverskan è il fatto che, nonostante la voce di Maja Milner voli sopra melodie magnifiche e travolgenti, non è umanamente possibile starle dietro. La vedo sfrecciare per tutto il cielo, fiammeggiante e inafferrabile, di una bellezza siderale, ma da questa terra non riesco a cantare insieme a lei. E la sua disperazione diventa ancora un po' di più la mia.



lunedì 13 novembre 2017

Trent'anni di Sarah Records!

THE SEA URCHINS: Pristine Christine

Il 14 novembre 1987 usciva Pristine Christine dei Sea Urchins, il numero 001 del catalogo della storica etichetta Sarah Records. Non ribadirò qui l'importanza estetica e politica della label di Bristol, e non solo all'interno della piccola scena indiepop. Abbiamo visto anche qui a Bologna il documentario My Secret World di Lucy Dawkins che lo spiega in maniera approfondita e appassionata. Ma questo anniversario speciale merita comunque di essere celebrato, e così questa sera la puntata di "polaroid - un blog alla radio" sarà dedicata per intero a una playlist Sarah. Ci saranno un po' di voci amiche in onda insieme a me (ognuna con una canzone del cuore), ci saranno molti abbracci molto twee, e ci saranno come di consueto molti brindisi. Indossate il vostro anorak consumato, sintonizzatevi alle 22.45 su Radio Città del Capo (in FM e streaming) e festeggiamo questi trent'anni di Sarah.

(mp3) The Sea Urchins - Pristine Christine

domenica 12 novembre 2017

I keep my headphones on



“polaroid – un blog alla radio” – S17E06

Allah-Las – The Earth Won’t Hold Me (Kathy Heideman cover)
Furnsss – Divine
Joy Again – Kim
Crepes – Four Years Time
Last Leaves – Where I Lived and What I Lived For
Weird Bloom – Guardian Of The Men
Freez – My Throat Burns
Буерак – Песни Малых Городов
The Just Joans – Biblically Speaking
Math And Physics Club – All The Mains Are Down
Soda Fountain Rag – Keep My Headphones On
Pinegrove – Intrepid

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sabato 11 novembre 2017

FREEZ + Naughty Betsy live @ Cca Lughè!


Oggi si torna nelle felici terre della Romagna più californiana per una serata ad alto voltaggio! Tra le mura amiche del Cca Lughé, sperduto e sorprendente rifugio dalle parti di Lugo e Ravenna, saliranno sul palco i FREEZ (che l'anno scorso ho anche avuto il piacere di ospitare live in radio) accompagnati dalle scatenate Naughty Betsy. Aspettatevi una ricca scaletta di selvaggio garage rock e suoni a forte impatto ormonale. Prima e dopo i concerti ci saremo anche io e Michele "Qlowski" Tellarini (ma non ditelo: sarà ospite a sorpresa!) a mettere un po' di dischi per farvi ballare, o quanto meno per conciarvi come il tizio nella strepitosa locandina. Non manca proprio nulla: ci si vede a banco!





venerdì 10 novembre 2017

Скромные Апартаменты

Буерак / BUERAK

Appartamenti modesti di Novosibirsk, cosa ne so? Cosa ne posso davvero capire? Leggo la pagina Wikipedia sulla città, temperature sopra lo zero per tre mesi l'anno, mi domando chi l'abbia tradotta e perché. Guardo su youtube il video di un festival con quarantamila persone. La notte della capitale del distretto siberiano non sembra così diversa da quella di una città dell'Emilia. Una ragazza un po' scocciata passa in mezzo al pubblico facendo interviste. Occhi accesi, tatuaggi, modelle di Vetements. Parlano tutti dei Буерак. Io qui scrivo Buerak, spero sia corretto. Sono un duo: chitarra, basso e drum machine. La voce profonda di Artem Cherepanov e gli accordi asciutti e affilati di Alexander Makyeev. New wave glaciale, estetica DDR Anni Settanta, il malessere di chi sente tagliato fuori. Il fascino di titoli come Canzone per le piccole città, Rendez vous sul tram o Tu sempre da solo con le tasche vuote. La prima reazione è associare i Buerak ai cari vecchi Motorama (che proprio in questi giorni sono in tour in Messico insieme ai nostri Be Forest), ma se c'è da fidarsi di Google translate mi pare che Cherepanov rilanci i riferimenti più in là, fino ai Kino. All'austerità intellettuale del post-punk, i Buerek preferiscono l'assurdo e il surreale. Si prendono gioco delle pose da malavitosi, esasperano una certa poetica del proletariato (bersi profumi sovietici da quattro soldi come sostituto economico della vodka). Ma a fronte di un'immagine che può lasciare disorientati (quelle pistole ostentate nei video insieme a quell'atmosfera da Buster Keaton meets Kaurismäki) risponde la consistenza e la coerenza della loro musica. Chitarre e suoni sintetici marciano compatti. Le loro canzoni, quasi sempre dai colori cupi Joy Division, ogni tanto si aprono a melodie scintillanti, quasi primaverili. Un'inaspettata primavera siberiana che suona splendida nell'autunno bolognese, e mi fa ballare.
(L'ultimo album dei Buerak si intitola Скромные Апартаменты, qualcosa come "Appartamenti modesti". Grazie a The Tuesday Tapes per la preziosa segnalazione.)






mercoledì 8 novembre 2017

The songs you like are getting older every day

Radiator Hospital - Play The Songs You Like

La mia canzone preferita dei Radiator Hospital non è il loro singolo più noto, Cut Your Bangs, ma un'altra che sta sullo stesso album, Torch Song (del 2014), e intitolata Five & Dime. È una canzone precipitosa, che corre a rotta di collo tentando di afferrare una fiamma a mani nude e ridendo. È tutta un cuore che batte, mani che stringono, fianchi che danzano e labbra che bruciano. Trabocca innocenza e desiderio al tempo stesso, un'euforia che scuote e strappa le catene, senza voler essere più legata a nostalgie né rimpianti. Dura due minuti e per me i Radiator Hospital sono tutti lì. Quella speranza che corre, vola, resta senza fiato ma è ancora così forte da travolgere ogni altro momento, ogni delusione, ogni agrodolce abbandonarsi al sentirsi perdenti che conforta.
Si può discutere se certe loro chitarre pop punk potrebbero essere più incisive, o se la voce melodrammatica di Sam Cook-Parrot suona più antipatica o sincera. Ma non si può chiedere ai Radiator Hospital di non essere quello che sono. Vedere come anche le riviste considerate il benchmark del malandato settore riescono a mancare completamente il bersaglio nelle loro recensioni può essere, in un certo senso, anche fonte di consolazione, ma non rende giustizia al lavoro della band di Philadelphia. Pitchfork si lamenta che le canzoni del nuovo album Play The Songs You Like sono troppo brevi e troppo uguali. Ma guarda: io invece avevo esultato per come questo loro terzo lavoro, prodotto da Jeff Zeigler (uno che ha già collaborato con nomi come War On Drugs, Kurt Vile e Allison Crutchfield), fosse senza dubbio quello meno fragile del loro catalogo, quello più coeso e consistente. I Radiator Hospital fanno canzoni che di rado superano i due minuti: qual è il problema? Hai mai sentito parlare di urgenza? I Radiator Hospital non si possono definire punk, ma l'indiepop viene dopo il punk, ne eredita quell'elemento di immediatezza e cerca di trasportarlo in un mondo la cui sostanza è più emotiva, sentimentale. E i Radiator Hospital sono bravissimi a maneggiare questo linguaggio.
Non per niente, uno dei temi ricorrenti di Play The Songs You Like sembra essere quello dell'intreccio di musica e vita di tutti i giorni. Quella maniera unica che hanno le canzoni di avvilupparsi ai monologhi nella nostra testa, di riempire quelli che da fuori sembrano soltanto silenzi, di dare significato a ogni momento che sembra da dimenticare in fretta, di regalarci un po' di sogno proprio quando ne abbiamo più bisogno. Una fotografia che non vogliamo ancora deciderci a buttare via, un pezzo di strada fatto assieme mentre non riusciamo a dirci una parola, la fatica di diventare sé stessi, contro ogni pigrizia, la bellezza che ci aiuta a non stare più nascosti. Sedici ruvide canzoni stracolme di tutto questo, tra chitarre indie rock che si infiammano, presunzioni giovanili e tanta, tantissima tenerezza.





venerdì 3 novembre 2017

"Who fell in love first and in which parking lot?"


“polaroid – un blog alla radio” – S17E04

Jake Bellissimo – Carrie’s Dad
The Lamps – Woke Up
The Luxembourg Signal – Atomic No.10
[in collegamento con Davide dalla redazione di The Breakfast Jumpers]
Godblesscomputers feat. Francesca Amati – Wherever You Say
Lev – Damn Dogs
Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Girls
Bee Bee Sea – D.I. Why Why Why
Spice Boys – Spice City Boys
Flowers – 123
Parsnip – Health

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giovedì 2 novembre 2017

"Up in the early morning for no reason again"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

PINEGROVE - INTREPID

► «Alieni, animaletti esotici, disturbatori. I promoter di concerti si sentono considerati in questo modo dalle istituzioni. Sono percepiti come degli estranei, quando va bene, o come dei nemici, più che degli imprenditori in grado di portare vantaggi economici a città e regioni»: su Internazionale, un interessante articolo di Giovanni Ansaldo intitolato "Perché è così difficile organizzare festival e concerti in Italia".

► Dopo il fantastico Cardinal di due anni fa, stanno per tornare i Pinegrove. La band del New Jersey ha annunciato ieri sera di avere concluso il nuovo album. Non c'è ancora un titolo o una data di uscita ufficiale, ma un nuovo inedito per fortuna sì, Intrepid. (A marzo 2018 ci sarà anche un nuovo tour europeo ma al momento pare che non toccherà l'Italia, tristezza.)




► «SITTING: A Short Film»: un cortometraggio un po' inquietante di Emily Yoshida su droghe e solitudine che vede protagonista la nostra amata Mitski e la sua Thursday Girl.

► Ancora a proposito di Mitski, molto bella e personale la sua recensione del nuovo Weezer, Pacific Daydream, su Talkhouse, che si apre con una delle domande della vita, quanto meno della vita di questo blog: «How do you keep writing pop songs when you stop having pop-song feelings?».



► «A me non interessava essere una rockstar, non mi interessava fare dischi: volevo solo registrare la mia musica, e quindi un sabato andai in questo studio, e coi soldi dei lavoretti estivi – quelli che i miei amici spendevano per andarsene a Riccione – mi pagai un turno in una sala di registrazione abbastanza attrezzata, a Lecco, collegata a un famoso negozio di strumenti musicali, “Battistini Centro Musicale”. Quel sabato come fonico c’era di turno Baffo Banfi...»: Fabio de Luca intervista Garbo su Rockit.

► E dato che ogni scusa per leggere FdL è buona, segnalo anche che il suo podcast settimanale The Tuesday Tapes ha lanciato anche la newsletter!

► «So while one might think of a creative person who obsesses over a single work from long ago as a sort of tragic figure, Shields speaks of Loveless in cheerful terms, and his excitement about it is still palpable, even as he continues to work on new music. It’s also clear that sound itself is a holy thing for Shields. He speaks of it in almost mystical terms, the way a certain kind of circuitry can alter the texture in tiny ways that, he feels, can have an overwhelming impact»: il cuore della questione sta tutto qui, comunque è sempre bello tornarci su - Mark Richardson intervista Kevin Shields su Pitchfork.

► «She is flanked no longer by band members, but by larger-than-life images of herself, poised, polished and glassy-eyed. St Vincent appears anew. Barbie-like, she smiles emptily in her visuals, as she shreds neon sheets that read a silent refusal, “NO”. Gone is the freewheeling, unbridled energy I associate with Clark. She returns accompanied only by her new brand, her new cult of personality»: "Desperation, Frustration & Future Fatigue: St Vincent Live In Berlin" - notevole recensione di Mollie Zhang su The Quietus.

► Sul Daily Bandcamp, «How Luxury Records Became Sweden’s Home for “Dirty Pop” Music» (cinque alti da solo qui nella redazione di polaroid!)