martedì 22 maggio 2018

I just wanna dance, as much as I forget who I am

SAY SUE ME - Where We Were Together

I'm full of things I hate
but I like you
I like you liking me
Yet I'm full of things I hate


Sono rimasto il solo a invecchiare in questa vecchia città, se ne sono andati ormai tutti. Vorrei andarmene anche io, e vorrei restare, e non so il perché. Il tempo ha scelto al posto mio. I Say Sue Me non ne fanno un dramma, e con una franchezza invidiabile raccontano che abbiamo ancora molte cose: ballare, bere, una spiaggia, il nostro solito bar, un amore che non ha tutte le risposte ma a cui abbiamo imparato a non fare domande. Le cose che odio di me stesso sembrano essere proprio quelle per cui ti piaccio. Non proviamoci nemmeno a trovare un significato a tutto questo. Forse è uno spreco di tempo, e in ogni caso una nuova estate è ormai arrivata.
Il fatto che uno dei dischi indiepop migliori e più entusiasmanti di quest'anno riveli con la massima legerezza, tra i versi e le canzoni, questo atteggiamento sospeso tra il fatalista e il distaccato, forse mi dice qualcosa anche dello stato di salute dell'indiepop stesso. La maniera, sensibile ma non per questo meno spietata, in cui questa musica vede ora il mondo. Come è altrettanto importante sottolineare il fatto che il quartetto non è americano né inglese o svedese, ma coreano. Ci aiuta a ricordare che certe prospettive provinciali hannno sempre meno senso per il modo in cui si produce e circola la musica oggi.
Il secondo album dei Say Sue Me Where We Were Together è un disco davvero impeccabile, sia quando nei singoli come Old Town o B Lover si diverte a farci immaginare le chitarre di quell'indie-surf-pop da Anni Zero in riva all'Oceano Pacifico (ma dalla parte opposta della California), sia quando omaggia con gesti più scoperti le proprie influenze: per esempio, gli Yo La Tengo in Here, certi Pastels in Funny And Cute o gli Alvvays in Coming To The End (guarda caso tutte le ballate del disco).
Nonostante la pigrizia che attribuiscono alla propria città di origine, Busan, i Say Sue Me riescono a trovare la forza per condensare dentro questo disco un intero mondo di poesia, che parte da piccoli scambi quotidiani ("You know the place, our cozy bar"), conosce lo sconforto ("There are so many people, like it used to be, but I feel nothing inside"), lotta per perdere sé stessa ("I just wanna dance, as much as I forget who I am") e raggiunge infine una specie di serenità che quasi non è più di questo mondo ("Nobody is going to tell you who you are / Today is coming to an end / Nobody is going to know who I am").
E infine, Where We Were Together mi conquista definitivamente quando con acuta raffinatezza intitola una canzone The Courage To Become Somebody's Past e lascia che sia soltanto uno strumentale, mostrando così e non dicendo quando è il momento di abbandonare le parole.




lunedì 21 maggio 2018

For you too

THE OCEAN PARTY

"polaroid – un blog alla radio" – S17E27

Agent Blå – Another Reason To Cut Off An Ear
Dronjo Kept By 4 – Lemonn
Your Favourite Colour – Former Life
The Ocean Party – Promotional Single
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Dude York – Moon
Value Void – Back In The Day
Spinning Coin – Apologies
Gentle Brontosaurus – Morgan
Setti – Mi mancavi
The Jackson Pollock – Surf
Yo La Tengo – For You Too

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giovedì 17 maggio 2018

All her messages I would read aloud

Trust Fund - Carson McCullers

"Oh, she’s moving on and I still love her": esiste un verso più polaroid di questo?
In ogni caso, la bellissima notizia è che sono tornati i Trust Fund e suonano più pop che mai! Ellis Jones, autore di almeno un paio dei dischi dell'anno per questo blogghetto, ha infatti annunciato che il prossimo 2 luglio arriverà il nuovo album Bringing The Backline (ancora non è dato sapere se su vinile o solo digitale EDIT: è uscito il pre-order del vinile!). Tra i crediti si nota subito la produzione di Patrick Hyland, già al lavoro con Mitski, che i Trust Fund avevano accompagnato live per alcune date l'anno scorso.
Ad anticipare l'uscita, il singolo Carson McCullers: un titolo che rimanda all'importante scrittrice americana e che ci regala i Trust Fund più allegri e scanzonati di sempre, direi quasi dalle parti di certi Belle And Sebastian (io ci sento qualcosa di Century Of Fakers, Another Sunny Day o forse I'm A Cuckoo per via di quei synth). La storia, comunque, tra chat in cui non si può più scrivere tutto quello che si vuole e una ragazza che ci ha escluso dai suoi programmi per le vacanze, ci riporta subito alle atmosfere dei Trust Fund che ben conosciamo. "If I said I didn’t need her I’d be lying". Prevedo già che sarà una delle canzoni indiepop dell'estate.



mercoledì 16 maggio 2018

"The internet is a disaggregation machine"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

 STEPHEN MALKMUS

► «The internet is a disaggregation machine. Across all content types, users want to consume only what they want, when they want and in the format they want»: interessante articolo su Forbes che immagina come, dopo la dissoluzione dell'idea di album dai tempi di Napster in avanti, e la riconfigurazione nelle playlist sulle piattaforme di streaming, la prossima frontiera sarà rappresentata dalla scomposizione stessa delle canzoni nelle varie tracce e nei campionamenti che la costituiscono.

► «"Passion project”: that’s what you call it when it doesn’t sell. As soon as I saw it referred to as a “passion project” I knew it was, like, over. [Laughs] Sad that passion means death in entertainment»: una bella intervista a Stephen Malkmus sul New York Times. Ma l'ex voce dei Pavement alla vigilia dell'uscita del suo nuovo album Sparkle Hard, sta facendo tutto il giro, e nelle ultime settimane è passato su Pitchfork, su Stereogum, su Rolling Stone, su The Ringer e pure su GQ, tanto per segnalare solo quelle che ho letto io - e spesso con delle foto abbastanza strepitose.

(mp3) Stephen Malkmus And The Jicks - Middle America

► «So that’s kind of what the “rock’n’roll” scene has always been about—who’s the most crazy dude, who does the wildest stuff? Its kind of disparaging and I’ve thought about that when mingling with these people. Why am I involved in this music world at all? All these people want to do is get stupid fucked up, talk about some dude that they know somewhere that is real important, kind of like the L.A. scene»: bella intervista a Oliver Ackermann degli A Place to Bury Strangers su RealClear, non solo intorno al nuovo album Pinned.




► «'Superfans' buy more than two-thirds of all vinyl»: ovvero scoprire l'acqua calda, ma con il conforto dei numeri. Nel mercato UK oltre il 72% delle vendite di vinili va ai cosiddetti "big spender", cioè quelli che dedicano ai dischi almeno 400 sterline l'anno.  La cosiddetta "rinascita" del vinile è, come in fondo si sa da tempo, una questione di nicchia. Facoltosa forse, ma pur sempre nicchia.

► Altri numeri, altri pretesti di lamentarsi: "Music Downloads Had A Short And Unhappy Life" (via Hypebot).

► «Often these minorities are discouraged from becoming musicians (or pretty much any other thing) from a young age because they don’t see people like them doing it at a visible level. Representation is key to encourage the next generation of artists»: "The Silence Is So Loud: Are Music Festivals Finally Committing to Equality?" (su CLASH).

► Ivan Carozzi su CheFare, con la scusa di parlare di trap, Sfera Ebbasta e Concertone del Primo Maggio, mette molta carne al fuoco di una complessa discussione intorno alla contemporaneità, non solo musicale: "Lo spettro di Sfera Ebbasta. Oltre l’ostentazione del gioco".

► In questi giorni ovviamente sono usciti molti articoli per ricordare la cruciale figura di Glenn Branca, da poco scomparso. Quelli che mi sembra più interessante segnalare qui sono:
- "The Resonate: Reflecting on the work of avant-garde pioneer Glenn Branca" (di Lawrence English su FACT)
- "Glenn Branca: Remembering the Guitar Hero Who Linked the Symphony to Punk Rock" (Marc Masters su Rolling Stone)
- un profilo abbastanza esaustivo sul New York Times, insieme all'approfondimento "Remembering Glenn Branca: Hear 10 of His Essential Works";
- pezzo simile anche di Daniel Martin-McCormick su Pitchfork, "5 Crucial Works from Avant-Garde Icon Glenn Branca";
- oltre alla consueta rassegna di tweet e messaggi raccolta da Brooklyn Vegan.

lunedì 14 maggio 2018

PREMIÄR: Agent Blå – "Another Reason To Cut Off An Ear"


Giusto un anno fa gli Agent Blå ci facevano il magnifico regalo del loro supersonico album di debutto, e oggi la band di Götheborg torna a farsi sentire con un nuovo singolo. Abbiamo il piacere di ospitare la première di Another Reason To Cut Off An Ear, il primo singolo tratto da Medium Rare, nuovo EP che verrà pubblicato il primo di giugno in 12 pollici da Luxury (Svezia), Through Love (Germania) e Kanine Records (per gli USA).
Questa nuova traccia sembra stemperare i toni più scuri e gotici degli Agent Blå, ma anche Another Reason To Cut Off An Ear viene trascinata dalla voce maestosa di Emelie Alatalo, che riesce a passare da rochi sospiri a tempeste di drammi e passioni. "Leave me quickly, it's alright, I agree", canta desolato il ritornello, salvo poi non potere fare a meno di concludersi con l'accorata domanda "Are you in love with me?".
Come B-side del singolo troviamo una versione unplugged di Dream Boy Dream, una delle più belle canzoni del precedente album. Coraggio, non manca molto a giugno.





You’re keeping me waiting


"polaroid – un blog alla radio" – S17E26

The Goon Sax – She Knows
Young Scum – Wasting Time
Ex-Vöid – Boyfriend
[in collegamento con Francesco “Bastonate” Farabegoli]
The Ex – Soon All Cities
NAH – Annie
Golden Teardrops – You’re Keeping Me Waiting
La Luz – California Finally
M¥SS KETA – After Amore

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giovedì 10 maggio 2018

I’m wasting my time, I do it all the time

YOUNG SCUM - WASTING TIME

Quando li avevamo conosciuti un paio d'anni fa ascoltando il loro promettente Zona EP, ci eravamo lasciati con l'augurio "speriamo che arrivi presto anche un intero album". C'è voluto più del previsto ma finalmente gli Young Scum stanno per pubblicare il loro esordio sulla lunga distanza. Si chiamerà come loro e uscirà il prossimo 6 luglio in cassetta per Citrus City e in vinile per Pretty Olivia.
Il quartetto di Richmond, Virginia, presenta l'album con queste parole: "getting old is inevitable. And in the latter half of your 20s, it begins to finally set in. Things that you once enjoyed now seem like a waste of time, a reminder of how little time you have". Anche se il tema non sembra dei più allegri, il loro jangling pop non smette mai di essere scintillante e primaverile.
Vedi per esempio il singolo che anticipa il disco, la magnifica traccia d'apertura Wasting Time, che non a caso si domanda "was I naive to think at 25 I’d have at least, one thing figured out?". Una melodia che mi rapisce e che a tratti, complice la voce morbidissima di Chris Smith, mi riporta la mente ai migliori Gene degli esordi. Qui l'unico "tempo sprecato" è quello che ci separa dall'avere tra le mani questo LP.

mercoledì 9 maggio 2018

I know I like you but I don't know what for

FRANKIE COSMOS

You are a word I made up when I'm high
I gave you meaning but I don't know why
and you can make me cry


Ho scoperto che c'è una cosa che mi piace tantissimo dentro i dischi di Frankie Cosmos, e che nel nuovo Vessel mi colpisce ancora di più, rispetto ai suoi lavori precedenti. In queste canzoni ci sono molte lacrime, come ci sono molte risate, molti abbracci e molte situazioni buffe: ma non c'è mai davvero nostalgia. È vero: ogni tanto parlano di passato, rotture sentimentali e momenti infelici, ma mi sembra che la maggior parte del tempo si muovano tra le cose come sono e le cose come dovrebbero essere. Ci sono più sogni che malinconia, più voglia e desideri che rinunce, più dialoghi che solitudini. A volte sembra quasi che la voce di queste canzoni stia letteralmente dando istruzioni all'amore su come vorrebbe che funzionasse: "you make me blue / I wanna make / a man out of you".
C'è una delicata risolutezza che non ha niente a che vedere con la "leziosità" che molti attribuiscono di solito all'indiepop, e che si traduce in qualcosa che assomiglia a un pratico buon senso: "you could take me and my apathy / turn us into clarity". Oppure, in maniera ancora più diretta: "if you miss your friend / call them again". C'è anche moltissimo romanticismo, com'è ovvio che sia (This Stuff, Duet...), ma ci sono anche un sacco di passaggi in cui il personaggio di Frankie Cosmos sembra soltanto cercare di capire quale posto prendere nel mondo ("being alive matters quite a bit / even when you feel like shit"), con quel senso dell'umorismo del tutto peculiare che ormai conosciamo: "I wasn't built for this world / I had sex once / now I'm dead".
Eppure, a fronte di tutta quest'opera di smantellamento del più prevedibile e banale manierismo malinconico, le canzoni di Vessel non perdono un briciolo della loro capacità di diventare poesia. Certi istanti vengono isolati, smontati e messi dentro piccole cornici, o in sospensione dentro vasi di vetro. Ma anche in quel caso non mi colpisce solo il particolare: resto soprattutto incantato dal punto di vista che la giovane cantautrice di New York riesce a indovinare ogni volta.
Forse la sua scrittura ha acquisito ancora più forza in questo terzo album in studio perché la band che l'accompagna dal vivo sembra intervenire in misura maggiore nelle registrazioni. Certi arrangiamenti come quelli di Jesse, Ballad Of R&J o la title track, per quanto essenziali e diretti, mostrano (se ce ne fosse ancora bisogno, dopo le ultime due prove su vinile) come Frankie Cosmos non sia più un semplice progetto da cameretta di Greta Kline, o qualche timido "fenomeno da Bandcamp" a bassa fedeltà. Non scende a compromessi: qui ci troviamo di fronte a 18 canzoni in 33 minuti, tanto per non smentirci, e ci sono anche un paio di accelerazioni più elettriche quasi punk (di quel twee-punk che mi fa tornare in mente i Quarterbacks).
Ma alla fine, quello che mi resta di tutti queste fugaci schegge di canzoni, è l'impressione d'insieme, un quadro vivido e appassionato, più grande e variopinto di quello che ti aspettavi. Eppure non c'è spazio per la malinconia, tra i ricordi da custodire, le nuove storie da raccontare e tutto il resto ancora da scoprire c'è ancora troppo da vivere. 







lunedì 7 maggio 2018

Nastrone di primavera!

NASTRONE DI PRIMAVERA

Come vi sarete certamente accorti, la settimana scorsa è mancato il consueto aggiornamento con il podcast. Se volete comunque recuperare un'oretta di buon indiepop e indie rock, per gli amici della neonata NEU Radio ho curato questo piccolo nastrone di primavera, dove mi sono divertito un sacco a cercare stipare un po' della musica che mi è piaciuta di più in questa stagione. Premete play per due punti facili!



Tracklist:

Sea Pinks - Run & Run
Say Sue Me - I Just Wanna Dance
Tres Oui - Off The Rails
Forth Wanderers - Nevermine
The Beths - Whatever
Soccer Mommy - Last Girl
The Yellow Traffic Light - Flower Of Yūgao (夕顔)
The Bilinda Butchers - Girlfriend
NAH - Linus
Stephen's Shore - The Sun
Night Flowers - Resolver
The Love-Birds - Angela
Crystales - When It's Over
Youngster - Real Time
Car Seat Headrest - Twin Fantasy (Those Boys)
MGMT - Days That Got Away
Superorganism - Relax

mercoledì 2 maggio 2018

I used to be a totally different kind of person

Modern Studies - Welcome Strangers

Remember I said before bed
that I felt I was caught in a current,
you said it was fine.
I thought you were there,
heard your voice in the air,
but it turns out you weren’t.
Like something divine.


Una delle parole che ricorre più spesso dentro Welcome Strangers, il secondo album dei Modern Studies è "grow". E mi sembra che dentro quel crescere, che poi diventa un espandersi e un trasformarsi, stia una delle chiavi della poesia di questo disco. È un crescere che respira, pulsa e segue da vicino i ritmi della natura. I suoi versi e le sue melodie si mescolano alla terra e all'acqua del mare, si sciolgono nel vento, non hanno fretta di fiorire, poi mutano colore in un attimo, come un vasto cielo del Nord. È un crescere che soffia in una conchiglia vuota e leggera, è pietra che diventa una casa. Aspetta dietro la finestra silenziosa il movimento circolare delle ombre, riconosce i passi di chi ama.
La musica dei Modern Studies ha un fascino che non si concede subito, come pop orchestrale alla Tindersticks o cantautorato rigoroso alla Nick Cave, ma capace di carezze e scontrosità peculiari. Sa essere epica e pastorale al tempo stesso. Si apre all'improvviso a ricordi che forse erano soltanto sogni, come la strofa che ho copiato qui sopra. Mi piace l'aria di enigma di quelle poche frasi: non riesco a decidere se racchiudono una profonda solitudine o se descrivono una stupenda illuminazione. La maniera dolcissima ed elegante con cui si fondono le voci di Emily Scott e Rob St. John dentro gli arrangiamenti di archi, fiati e organo, non fa che aumentare la sensazione di vertigine dentro una profondissima quiete. Spiega il comunicato che accompagna il disco, “in making this record we had to think clearly about what a strange sound might conjure up. We wanted to be respectful of the orchestral arrangements, while adding elements of chance and weirdness". Elementi che sono quanto mai benvenuti, visto il risultato finale. Benvenuti, davvero, stranieri.

martedì 1 maggio 2018

It always hurts when no one replies

THE GOON SAX - SHE KNOWS

Un paio d'anni fa Up To Anything, l'esordio fulminante dei Goon Sax, era finito dritto tra i miei personali dischi dell'anno, e perciò oggi, quando è arrivato l'atteso annuncio del loro secondo album, We're Not Talking, ho subito indirizzato un ideale brindisi verso l'Australia.
Secondo il comunicato che lo presenta, il disco "shows how much can change between the ages of 17 and 19. It's a record that takes the enthusiasms of youth and twists them into darker, more sophisticated shapes. Relationships are now laced with hesitation, remorse, misunderstanding and ultimately compassion". I ragazzi stanno passando dalla loro fase più apertamente indiepop a qualcosa di più post-punk, e se può essere un'anticipazione di questo cambio di prospettiva, c'è un nuovo singolo da ascoltare, She Knows. Suono più robusto, atmosfera decisamente più nevrotica (qualcosa mi ricorda certi Josef K più austeri): "a song about losing hope, stubbornness and heartache". Insomma, ci vado a nozze.
Unica nota davvero negativa: We're Not Talking, che uscirà ancora una volta per Chapter Music ma con l'aggiunta della Wichita per Europa e USA, si farà attendere fino al 14 settembre.

lunedì 30 aprile 2018

I don't have a fit


"polaroid – un blog alla radio" – S17E25

Mac DeMarco – Indian Summer (Beat Happening cover)
Say Sue Me – I’m Beginning To See The Light (Velvet Underground cover)
Terry Vs Tori – Larusso
Rolling Blackouts Coastal Fever – Talking Straight
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Breakfast Muff – Crocodile
Crystales – Boring
Ari Roar – Don’t Have A Fit
Elephants – Burger Drama
Peach Kelli Pop – Hello Kitty Knife
Holy Tunics – Cardinal
Shout Out Louds – Walls (Fontän Rework)

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venerdì 27 aprile 2018

Indiepop Jukebox (aprile 2018)

Peach Kelli Pop - 'Hello Kitty Knife'

▶️ Hello Kitty Knife è un titolo che potrebbe quasi rappresentare la quintessenza dell'idea di musica delle Peach Kelli Pop: tiene assieme lo sdolcinato e il tagliente, lo slancio irruente e il carattere di cartone animato. La band della canadese (ma con base a Los Angeles) Allie Hanlon torna con il quarto album, il primo dopo tre anni, e con una nuova label, la Mint Records. Come primo assaggio da questo nuovo Gentle Leader, che vede al suo interno anche una cover delle Marine Girls e canzoni scritte per la prima volta in maniera collettiva, i due frenetici minuti di Hello Kitty Knife funzionano alla perfezione:




BLAIRE - SMILING

▶️ Immagino che la definizione di "punkgaze" sia qualcosa tipo maneggiare suoni shoegaze ma con attitudine tutta punk. Se è così, si adatta bene ai Blaire, che infatti piazzano quella tag sotto i loro primi singoli su Bandcamp. L'ultimo si intitola Smiling ed è parecchio travolgente. Il giovane trio proveniente da Gold Coast, Australia, spiega che la canzone "is about being really into something, when you know deep down it’s probably killing you". Ok, speriamo che i Blaire continuino a essere "into punkgaze", ma non fino a questo punto:





▶️ Ari Roar è un ragazzo di Dallas che risponde al nome di Caleb Campbell e che debutterà alla fine di maggio sulla prestigiosa Bella Union con un album intitolato Calm Down. Come sua formazione musicale cita i Grandaddy, i Doobie Brothers e il personaggio di Jason Schwartzman in Slacker di Richard Linklater. Non è un caso, quindi, che uno dei paragoni che richiama il suo progetto sia proprio la band di Schwartzman, i Coconut Records, pure qui piuttosto apprezzati. Anche se, per via di quel modo di cantare "felpato" e suadente, mi piace accostare Campbell più a Chris Cohen, o quanto meno a una sua versione idealmente più pop e sbarazzina, come in questa I Don't Fit:




Echo Ladies - Pink Noise

▶️ Hanno suonato il loro primo concerto fuori dalla Svezia appena qualche settimana fa, ma il nome degli Echo Ladies era già tra quelli promettenti che mi ero segnato da tenere d'occhio quest'anno. Trio shoegaze di Malmö arricchito da una voce femminile scintillante, come degli Hater iperdrammatici. Dopo l'ottimo EP dell'anno scorso, pubblicheranno a giugno il loro primo album Pink Noise sulla label di culto Hybris, e nell'attesa ci fanno soffrire con questa Bedroom, una canzone che parla del "need to be left alone, to isolate yourself and be in your ‘safety-zone’, which in this case is a/the/your bedroom. However, after too much time alone and in isolation maybe you start to go a bit insane”:




Beach Skulls - Las Dunas

▶️ Quando partono le prime note di That's Not Me, il nuovo singolo dei Beach Skulls, giureresti che i ragazzi provengono da qualche sobborgo psichedelico di San Francisco, o al massimo da Austin, più vicina al deserto. Invece il terzetto fa base a Manchester, e sta per pubblicare il secondo album, Las Dunas, con la nostra amata etichetta di Stoccolma PNKSLM. Suoni caldi che, citazioni vintage a parte, si possono accostare a certe produzioni Woodsist e che, oltre ad alcune evidenti assonanze con gli Smith Westerns, mi hanno anche fatto tornare in mente i sottovalutatissimi Ganglians:

lunedì 23 aprile 2018

I thought you were there


"polaroid – un blog alla radio" – S17E24

Quarterbacks – Park
Tracyanne and Danny – Alabama
Taken By Trees – Vibrant Colors
Shout Out Louds – In New Europe
High Sunn – I Thought You Were There
Blaire – Smiling
Say Sue Me – But l Like You
Crystales – Seance
MNNQNS – If Only They Could
Lev Snowe – When I Look Back

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venerdì 20 aprile 2018

Come back to hold me, don’t ever call me

CRYSTALES - CRYSTALES

Controluce, quell’istante sull’orlo del tramonto, la linea dell’orizzonte si dissolve piano tra i campi e il cielo. Cielo sconfinato, in declino da turchese a indaco a blu oltremare. Mezzo sole arancione cupo resiste immobile, oltre le strade, le rotonde, gli argini, i campanili e i capannoni. Frusciano di lato filari di pioppi, se hai tempo di ascoltare. Siedi qui, raccogli le ginocchia, puoi far volar via i soffioni e guardare gli aerei planare pigri verso Bologna o Verona o Milano, chissà.
Per noi di provincia, la Bassa Padana può diventare l’Oceano Pacifico, perdiamo sempre lo sguardo lontano come surfisti veterani, e certi suoni dolenti e dilatati dello shoegaze sono i nostri Beach Boys. La Bassa è la nostra California, quelle epiche traversate sulle sterminate freeway di campagna, dal Po agli Appennini in due giri di cassette consumate.
Ai Crystales riesce proprio il piccolo e prezioso prodigio di unire l’indolenza assolata che da qui immaginiamo West Coast con l’indolenza dissolta negli echi e nei riverberi dello shoegaze. Hanno scoperto come far combaciare il muro di suono dei My Bloody Valentine con la fragilità dell’indiepop. Sono un quartetto di Highland Park, Los Angeles, stanno per debuttare con un album su Burger Records, ed è proprio un altro nome Burger il primo che mi viene in mente ascoltando queste undici scintillanti tracce: quello dei Tomorrows Tulips. Stessi suoni che sembrano sfaldarsi a ogni nota e che quasi per miracolo riescono a intrecciare una melodia, stesse atmosfere di sogno. Ma mentre la band di Alex Knost Ford Archbold conduce la propria musica, più rock e spoglia, verso una sensualità psichedelica, ai Crystales riesce più naturale maneggiare sentimenti come la malinconia e l’abbandono.
"Boring is a boring song about breaking up and making up and regret, inspired by the sweet, sad-sap style of Brian Wilson", tanto per rendere l’idea di come si apre il disco. A volte spingono un po’ di più l’acceleratore sonico, come in Shoggoth o in Kate Blanchett, e mettono a punto una loro versione di quel pop abrasivo che una volta sarebbe stato di Crocodiles, Vivian Girls o Dum Dum Girls, ma io amo molto anche momenti alla Donkey, che sembra trasportare semplicemente un ritornello dei Radio Dept. sopra una spiaggia lontana e oziosa. Noi qui, dal fondo della Bassa in controluce, ringraziamo con molta passione.





mercoledì 18 aprile 2018

My love is where you left it

NIGHT FLOWERS

Riporre le speranze in una nuova primavera resta sempre la cosa più facile. E ti arrendi, con uguale misura di malinconia e impazienza, al gioco che già conosci di promesse non mantenute, aspettative eccessive, una settimana di pioggia per una giornata di sole, la bici, le strade, i nuovi dischi da ascoltare. Fingi di non ricordare le inquietudini e gli abbandoni, e come ogni volta pretendi di credere di avere tutto il tempo. Ti arrendi e un po’ ti fa comodo così. Sono stagioni in cui daresti ogni cosa pur di tornare a sentire di avere voglia di aspettare qualcosa.
Wild Notion, il disco d’esordio dei Night Flowers fa al caso tuo: anche lui come te un po’ si lascia andare e un po’ resta sulle sue, incerto sul deja-vù (“A lot of the album deals with time, place and memory. The memory often plays tricks and blurs the lines between present, past and future tense”, spiega il chitarrista Greg Ullyart). È un cielo d’aprile che a volte si affaccia già sul nuovo da cominciare, e a volte si mostra opaco, variabile, restio e nuvoloso.
La tripletta di canzoni in apertura alza subito la posta in maniera considerevole, e anche se non sempre il resto della scaletta sembra in grado di reggere il passo, forse nell’indiepop abbiamo imparato a essere contenti di queste promesse di primavera. La romantica Sandcastles è di una dolcezza Cardigans, e il modo in cui sfocia dentro le chitarre irruenti di Night Live, quasi da Teenage Fanclub alle prese con una cover dei Pains Of Being Pure at Heart, ti lascia addosso quell’euforia da primo pomeriggio in maglietta e aria nuova sulla pelle. Resolver arriva a portare la giusta sintesi, pareggiando il conto tra jangling guitars e ritornelli zuccherosi che non si staccano dai pensieri.
Basterebbe già questo alla band londinese (ma con la voce squillante di Sophia Pettit che arriva da Boston) per conquistarci, ma qui e là compaiono alcune autentiche gemme, come la ballata Fireworks, che sembra quasi una versione mainstream (si fa per dire) di certi Flowers, oppure la sgargiante Hey Love, che potrebbe stare dopo Friday I'm In Love in una ideale playlist. In alcuni altri episodi, invece, mi pare che i Night Flowers si trascinino senza troppa convinzione, ma in fondo è il piccolo prezzo che accettiamo di pagare ogni primavera, la prevedibile resa per tutta la voglia di correre che vogliamo ritrovare una volta di più.





lunedì 16 aprile 2018

Let’s do it wrong

Echo Ladies

"polaroid – un blog alla radio" – S17E23

Hairband – Flying
Beach Skulls – That’s Not Me
Très Oui – Looking For
Eureka California – Threads
Crystales – Kate Blanchett
Wedding – Hands In The Till
Hinds – The Club
Echo Ladies – Bedroom
Soccer Mommy – Skin
Boys – That Weekend
Yo La Tengo – Let’s Do It Wrong
The Pastels – Boats
Melody’s Echo Chamber – Breathe In, Breathe Out
Frankie Cosmos – Cafeteria
The Catherines – Let’s Kiss Good Night In The Morning
Launder – Annie Blue
Vamping – Silence Knows
Tracyanne And Danny – Home And Dry

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venerdì 13 aprile 2018

"Resist the urge to quantify"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]


► «There is a new-old Quarterbacks song, thank God», titolava ieri Fader, ed è stata proprio la mia stessa reazione. Non me l'aspettavo e la sorpresa è stata pari solo al caldo senso di gratitudine. La band di Dean Engle è stata uno dei più brucianti amori a prima vista degli ultimi anni per chi vi scrive, ma è da lungo tempo assente dalle scene, ed era già chiaro che fosse ormai un discorso concluso (Dean, a giudicare dai suoi ascolti su Soundcloud, ha anche cambiato decisamente gusti musicali). La Team Love Records ha ora ristampato Quarterboy su cassetta, e come bonus track all'album del 2014 ha aggiunta questa nuova Park, composta sempre in quel periodo ma mai registrata fino ad oggi. Stesso approccio lo-fi, stessi versi laceranti, stesso magia "twee-punk", come si diceva all'epoca. Quarterbacks, qui ti si vuole ancora molto bene, e io spero che un giorno o l'altro ci rivedremo.




► «What do I remember of that show? I know how bad we must have sounded. There’s no way it could have been good, and yet? The crowd was singing along to songs like they were real songs, like we were a real band. People were screaming and jumping around, the sun was setting over the ocean beyond the crowd, and it was great in ways I could never understand or replicate. It’s very possible the audience was too stoned or drunk to notice how terrible we were, but to this day—nine years later—people all over the world who were there that year come up to me and say how much they loved that concert. I’ll meet someone in random places on tour, and they’ll tell me they were there at Primavera when we played. And I want to say “oh, I’m sorry”—but I don’t, because our band that barely knew how to play, accidentally played one of the greatest shows we ever played to thousands of people» - Kip Berman dei Pains Of Being Pure At Heart racconta in maniera magnifica per Spotify Stories (ma quindi ora Spotify ha anche un magazine? Chiudiamo tutto?) il suo primo Primavera da musicista: "What I Learned When My Band Played its First Festival".

► «New Zealand Indie: Beyond Flying Nun and the “Dunedin Sound”», dove Bandcamp Daily cita anche svariate band e label passate su queste frequenze.

► «People are listening to more artists than ever before, with playlists boasting a range of musicians, but when people become fans of playlists are they no longer becoming fans of the music itself?» - su Red Bull Music un articolo per cercare di rispondere alla domanda "Is music streaming making listeners smarter or complacent?".

► «Whether it’s a rap song or a reality show, there is this notion of widely enjoyed media as “junk food” — something to feel bad about consuming. But the very idea of a guilty pleasure has always felt gendered to me, at least to some degree»: "The Problem With 'Not Caring' About Pop Culture".

► Periodicamente torna fuori qualche articolo con "quella ricerca di Oxford che dice che andare ai concerti allunga la vita". Ok, che scoperta. Forse è meglio questo pezzo del Guardian sugli over 50 ancora in azione dietro ai mixer: «Thirty years on from the second summer of love, a cohort of fiftysomething DJs are refusing to hang up their headphones».

► «The breakup of The Thermals feels like the end of an era for indie rock. They were a reliable constant in an ever-changing world. They never produced a dud or the dreaded mid-life crisis record. They didn’t hit a sophomore slump or make an overproduced, major label disaster. They never went more than three years without releasing a new record»: Dan Ozzi su Noisey elogia a dovere i Thermals, che questa settimana hanno annunciato lo scioglimento.




giovedì 12 aprile 2018

I can never be the one I knew you're always looking for

Très Oui - Poised to Flourish

"Pop songs straight from the foul rag and bone shop of the heart": è il motto che i Très Oui hanno messo in alto sul loro Bandcamp. Se in mezzo agli stracci e ai brandelli è compreso anche qualche lembo di malinconia, potresti prenderla come una definizione valida per quasi tutto l'indiepop. Del resto, i Très Oui se ne intendono: Nate Cardaci aveva formato la band dopo la sua precedente esperienza come frontman dei Literature, i cui due dischi usciti per Slumberland qui a polaroid abbiamo suonato in lungo e in largo. Dopo l'EP di debutto dell'anno scorso, è arrivato finalmente primo album vero e proprio, Poised To Flourish, dieci tracce praticamente impeccabili.
Con la collaborazione di un paio di altri ex Literature, Steven Garcia e Seth Whaland, e con l'aggiunta di una buona dose synth (decisivi per il cambio di suono dei Très Ouoi rispetto al passato), Cardaci è riuscito a condensare in questo disco un'idea di pop che riesce a essere al tempo stesso scanzonato e da festa (vedi il singolo Séance o l'apertura in quarta di Looking For, che ci potremmo aspettare dai Pains Of Being Pure At Heart più scanzonati), ma anche introspettivo e dolce (come in One Track, con arrangiamenti di fiati Eighties che mi fanno tornare in mente addirittura certi Hall & Oates, o come in Alex To The Right, che si dissolve come giovani Vampire Weekend).
Dai tempi dei Literature, alcuni spigoli si sono smussati, e se a volte sento la mancanza dell'irruenza di quelle vecchie chitarre, dentro Poised To Flourish riesce praticamente sempre alla perfezione il gioco di combinare leggeri innesti sintetici sopra classici suoni "jangling", con un risultato abbastanza "fuori dal tempo". Nelle recensioni dei Très Oui si fanno spesso i nomi di Prefab Sprout, Atzec Camera, Orange Juice e Smiths: forse non siamo ancora a quei livelli, ma sono pronto a scommettere che quest'anno non saranno molte le uscite indiepop a suonare divertenti, colorate e accurate come questo energico e tenace disco.







domenica 8 aprile 2018

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (2)


Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2018/04/05)

The Hidden Cameras - Fear Of Zine Failure
Orchids - What Will We Do Next
The Hobbes Fanclub - Baby It's You
Razorcuts - I Heard You The First Time
Bad Family - Kate & Tony
Heavenly - Over And Over
Flowers - Say 123
The Shop Assistants - I Don't Want To Be Friends With You
The Soup Dragons - Pleasantly Surprised
Westkust - Care
Field Mice - Sensitive
Comet Gain - An Arcade From The Warm Rain That Falls
Shout Out Louds - Please Please Please
The Pains Of Being Pure At Heart - Everything With You
My Bloody Valentine - Sunny Sundae Smile
The Radio Dept. - This Repeatead Sodomy
Pete & The Pirates - Come On Feet
Stereolab - Pinball

martedì 3 aprile 2018

Breaking loose

polaroid – un blog alla radio

"polaroid – un blog alla radio" – S17E22
(insieme a Michele "Qlowski" Tellarini)

The Number Ones – Breaking Loose
Kluster – Over My Head
Perverts Again – Longlegger
The Catherines – Good Golly Goo - I Never Thought That I Could Love Someone As Much As I Love You
Rik & the Pigs – Steve B Goode
Launder – Keep You Close (feat. Soko)
Nap Eyes – White Disciple
Stephen’s Shore – New Jersey
Candy – Apartment In The City
Cindy Lee – Act of Tenderness

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud


venerdì 30 marzo 2018

Why? Don't you ever ask why?


La prima volta che ho sentito il disco degli Insecure Men ho pensato "ma perché tutto questo hype per loro, e invece l'anno scorso nessuno si era filato Excellent Musician, il debutto solista di Wesley Gonzalez?". In fondo, entrambi i dischi partono dal pop ma mettono in secondo piano le chitarre e prediligono suoni sintetici e vintage, atmosfere anacronistiche, aggiungiamo pure qualche stralunato sassofono che non guasta mai. Là erano più XTC, qui qualcosa più glam e Kinks mescolati a certa exotica un po' senza tempo, ma in entrambi i casi la sensazione è quella di entrare in certi vecchi alberghi di seconda categoria, in località dimenticate e passate di moda, fuori stagione. I centrini sui tavoli, stampe scolorite in cornice e statuette kitsch.
Ma mentre puoi aspettarti di trovare il disco di Gonzalez seduto da una vita al banco del bar, curvo a rimuginare sul bicchiere e pronto ad attaccare astiosamente bottone con il primo malcapitato, il disco degli Insecure Men è di là, nella sala da ballo in disuso ma ancora tutta addobbata. Non aspetta nessuno, accenna due passi sul legno logoro della pista, dondola piano ripetendo le parole di una vecchia canzone, accarezza fossili di palloncini e festoni coperti da una perenne polvere.
L'eco di epopche passate, forse perdute ma in qualche modo ancora persistenti sotto e dentro a un presente che pretende di vedersi molto più "futuro" di quello che in realtà riesce a essere, è uno degli elementi che più mi affascina del disco degli Insecure Men.
Non sono mai stato un grande fan dei Fat White Family. Trovo le complicate e un po' tristi vicende personali di Saul Adamczewski, fino alla fuoriuscita dal gruppo provocata dalle sue pesanti dipendenze, interessanti fino a un certo punto. Invece, il fatto che, grazie alla collaborazione con il frontman dei Childhood Ben Romans-Hopcraft (e anche all'aiuto di un po' di vecchi compagni di strada, in primi di Lias Saoudi dei FWF), si stia riscattando con un disco così inquietante e tranquillizzante al tempo stesso, beh è una faccenda molto più curiosa.
La maniera del tutto rassicurante, quasi sdolcinata, con cui gli Insecure Men cantano di argomenti quali le affinità tra la morte di Whitney Houston e sua figlia Bobbi, la pedofilia di Gary Glitter, la desolazione delle periferie britanniche vissuta dal punto di vista di un tossico perso, o i lati più oscuri di un personaggio controverso come Jimmy Savile, sono una cosa che lascia abbastanza sconcertati. Tra xylofoni psichedelici, languide marcette da piano bar e fluttuanti canzoncine pop confezionate con frastornata eleganza, questo album (prodotto da Sean Lennon, ricordiamolo) non si fa mancare nulla, e nemmeno ci vuole risparmiare nulla. Come realizzare all'improvviso che innocenti musichette da ascensore nascondono una disperazione devastante e lacerante, salvo poi arrivare a capire che è del tutto normale, e che sarebbe ipocrita fingere che non è così.







mercoledì 28 marzo 2018

Glasgow nights

Money Advice Scotland - Glasgow Nights

Non è esattamente un inedito (era già apparsa come bonus track dell'edizione giapponese del loro ultimo album Slow Summits), ma si tratta comunque dei Pastels, di una canzone (quasi) mai sentita e quindi passiamo volentieri sopra a queste inezie da utenti di Discogs. Si intitola The Boats e ha una melodia che culla dolce, come le barche nella baia al tramonto di cui raccontano le voci suadenti di Stephen e Katrina. La band scozzese ha inserito questa rarità in una compilation curata da Money Advice Scotland, ente benefico che si occupa di combattere la povertà e operare per "improve the financial health of the people of Scotland via our helpline and education services". La compilation si intitola Glasgow Nights e vede al suo interno nomi "big" come Mogwai, Franz Ferdinand ed Errors, oltre che ad alcune nostre vecchie conoscenze come Sacred Paws e Spinning Coin. Da segnalare in scaletta anche gli interessantissimi Hairband, side-project degli stessi Spinning Coin insieme a membri di Lush Purr e Breakfast Muff.
La compilation si scarica con la formula del "name your price" e i proventi sono per una buona causa. Se non altro, fatelo per i Pastels:
We’re very happy to be part of this project to raise awareness of Money Advice Scotland’s work. It’s a great privilege to be alongside so many other musicians that we admire - never thought we’d ever make it onto a compilation which also has music from Gregory’s Girl. We’ve made it.



martedì 27 marzo 2018

The Pains Of Being Pure At Mixtapes

The Pains Of Being Pure At Mixtapes

Qualche settimana fa ho avuto il piacere di mettere un po' di musica prima del concerto bolognese dei Pains Of Being Pure At Heart al Locomotiv Club di Bologna. È stata l'occasione per tirare fuori un po' di vecchie canzoni indiepop che non riascoltavo da tempo, e mi sono divertito un sacco a mescolarle con qualcosa di più nuovo. La band newyorkese riassume così tante influenze all'interno del proprio suono, che in poco più di un'oretta era impossibile farcele stare tutte (tipo: ma davvero mi sono dimenticato i Black Tambourine?)
La data bolognese, poi, arrivava un paio di giorni dopo la triste notizia della scomparsa di Patrick Doyle, e quella sera mi era sembrato doveroso rendergli un piccolo omaggio infilando in scaletta almeno una traccia da tutti i suoi numerosi progetti. Il fatto che Kip Berman in persona abbia apprezzato il gesto, non lo nascondo, mi ha riempito di orgoglio twee, e nonostante mi renda conto che sembrerà molto naif, voglio lasciare una testimonianza qui, negli archivi di questo blog che ancora ama insensatamente questo sfigatissimo genere musicale.
Qui sotto la playlist che mi ero annotato live sul telefono appoggiato sul mixer, spero di non avere tralasciato nulla:



Boys Forever - Brian
Comet Gain - Emotion Pictures
The Orchids - Apologies
Moscow Olympics - Cut The World
Glaciers - Winter
Floristry - Baltimore
My Teenage Stride - Living In The Straight World
Literature - Lily
High Sunn - Polaroids
Secret Shine- Temporal
Golden Grrrls - We'Ve Got
Veronica Falls - Teenage
Talulah Gosh - Bringing Up Baby
All Girl Summer Fun Band - Later Operator
Tullycraft - Rumble With The Gang Debs
Sexy Kids - In A Box In A Bag
Bearsuit - Hey Charlie Hey Chuck
The Breeders - Divine Hammer
Alvvays - Your Type
Correcto - Downs
The Royal We - All The Rage
Basic Plumbing - As You Disappear

(mp3) The Pains Of Being Pure At Mixtapes

venerdì 23 marzo 2018

Peripheral vision

WYLDERNESS

Inaugurare un weekend con un sontuoso disco shoegaze, lo so, potrebbe sembrare quasi controindicato. Troppa autoindulgenza proprio quando i tuoi doveri sociali richiedono al massimo grado ripetute ed entusiaste dimostrazioni di simpatia umana potrebbe rivelarsi fatale. Ma la verità è che l'album di debutto dei gallesi Wylderness prende quel lato dello shoegaze più energico e per niente indolente, e lo usa per immaginare canzoni che ribollono, fremono e scalpitano, e che sanno comunque a scintillare molto pop. Credo non sia un caso che la band di Cardiff abbia suonato insieme ai Pinkshinyultrablast, anche loro abilissimi nel maneggiare il lato più "sonico" e stratosferico di una certa idea di musica. I Wylderness, in poderosi pezzi come Sunography o 72 & Sunny riescono a conciliare atmosfere sognanti (hanno dichiarato più volte il loro amore per i RIDE e non si sono sottratti agli omaggi ai numi tutelari Slowdive), con un ritmo incalzante e crescendo vorticosi abbastanza esaltanti. Il disco, che ha già ricevuto benedizioni e airplay da nomi come Huw Stephens e Steve Lamac, è stato registrato insieme a Rory Atwell, ex Test Icicles che ha già lavorato con nomi come Palma Violets, Male Bonding, Evans The Death e YUCK (un'altra band che aveva messo in campo intuizioni affini a quelle dei Wylderness e che poi, purtroppo, si è un po' persa per strada). Un esordio solido, direi pesante, e che si presta benissimo per far esordire anche questo weekend.






giovedì 22 marzo 2018

Indiepop Jukebox: quasi primavera (2)

Kluster - Over My Head

Il primo singolo dei Kluster, da Malmö, è uno degli esordi più sorprendenti che mi sia capitato di sentire di recente. Over My Head, pubblicata dalla Rama Lama Records di Stoccolma (quella dei Steve Buscemi's Dreamy Eyes e dei Delsbo Beach Club), è un furibondo vortice di tre minuti che sembra uscito dalla penna di certi vecchi Broken Social Scene: travolgente e sovrabbondante, ma senza perdere mai il controllo della melodia. Davvero notevole. Il quintetto guidato dalla voce potente di Linnea Hall si è formato nel 2014 e ha già suonato in giro per l'Europa, a supporto di band come Frankie Cosmos e Nicole Sabouné. Io scommetto che ne sentiremo ancora parlare.





Breathe Panel - Carmine

I Breathe Panel sono un quartetto di Brighton approdato la scorsa estate su FatCat. Suonano un indie rock che, a giudicare dalle prime prove, riesce a essere piuttosto solare e luminoso, perfetto per l'inizio della primavera che stiamo aspettando. Il loro nuovo singolo, per esempio, si intitola Carmine e a me ricorda molto gli ultimi Beach Fossils. Anticipa un album di debutto in arrivo il prossimo 13 luglio e chiamato come loro:





VAMPING - DESERT PLANTS

Una tappa in Grecia ormai sta diventando un appuntamento fisso di questa rubrica. Stavolta passiamo dalla Melotron Records di Salonicco che mi fa conoscere questo ragazzo di El Paso, Texas, Broderick Adams, in arte Vamping. Classico progetto "da cameretta", con ispirazione super malinconica Sarah / Creation e suoni che finiscono dalle parti di Wild Nothing, Day Wave e qui e là qualcosa dei primi Radio Dept. Ha da poco pubblicato in cassetta il nuovo disco Desert Plants: "The name of the album was inspired by walking through concentrations of walking stick cactus, prickly pear cactus, ocotillo and other desert flora. I was inspired by the plants' ability to survive such harsh climate and felt a parallelism of this to our ability as humans withstand adversity".





 Shark Toys - Maze

Gli Shark Toys hanno in curriculum uscite per Dead Beat, Emotional Response e Scotch Tapes: il fatto che facciano uscire il nuovo album su In The Red Records mi pare il giustissimo corononamento di una lunga carriera nel giro punk garage-rock di Los Angeles. Si intitola Labyrinth e contiene 14 tracce "sounding like early No Age meets Tyvek on uppers". Daniel Clodfelter, chitarra e voce, è l'unico componente fisso dal 2008 a oggi, e per questa uscita lo accompagnano Emanuel Farias alla batteria e Bill Gray (già nei Mae Shi) al basso. Se ogni tanto sentite partire dei sassofoni impazziti sono a cura di Mikal Cronin. Il singolo che "lancia" il disco è questa fenomenale Maze:






I Jeanines sono un nuovo progetto che vede coinvolto Jed dei nostri cari My Teenage Stride, insieme ad Alicia, che dà voce alle canzoni finora pubblicate via Bandcamp. Atmosfere super twee, tracce che sembrano appena uscite da un flexi di una fanzine inglese circa 1987, testimonianze di un mondo parallelo in cui le Talulah Gosh hanno vinto, e dove siamo tutti incredibilmente più puri e belli.






"If I stay, would you even care? If I leave, would you even care?": insomma, se questa traccia "was written inevitably after a night out” direi che forse non è stato un appuntamento memorabile, ma almeno ci ha regalato una bella perla di classico shoegaze. Kare, prodotta insieme al bassista dei Forever Cult Alex Greaves (già al lavoro insieme a Trash e Seeing Hands), è un nuovo interessante singolo self-released dei bdrmm (avete colto il calembour nel nome di una band che suona proprio bedroom pop? ok), giovane formazione di Hull guidata da Ryan Smith:






martedì 20 marzo 2018

You are always trying to be nice, but is it the right way?

Nap Eyes - I'm Bad Now

I can't tell what's worse
The meaninglessness or the negative meaning
I figured out a way
To get on with my life and to keep on dreaming

Questo povero cuore, "stracolmo di arte annoiata e pigra, fatta di delusione", è stupido. Personaggi che trascinano cuori stupidi non raggiungono la felicità e non se ne capacitano. Cosa ancora più difficile da accettare, l'insoddisfazione è soltanto un'altra faccia dell'insensatezza che sospinge le nostre vite da una parte all'altra. "Pointlessness haunts everyone". Insoddisfazione, amarezza, rimpianto, disappunto: sembra essere questo il campo semantico che occupa la maggior parte di I'm Bad Now, nuovo e terzo lavoro dei Nap Eyes. Eppure, di tanto in tanto, inattesi e fortuiti, prendono luce lembi di mondo che potrebbero rivolgerti - addirittura - uno sguardo pieno di qualcosa di simile alla fiducia. "You'd be surprised at what you can learn just by trying". Forse, tra una solitudine e l'altra, esistono passaggi che non immaginiamo o abbiamo dimenticato. "Last night, my friends surprised me with a gesture of kindness I'd never expect". Cos'è allora a trascinarci via da questi semplici momenti? Perché le persone continuano a cercare negli altri soltanto riflessi di sé stesse? Forse per dimenticarsi che, in fin dei conti, nulla funziona per davvero? "If you play guitar like me into the wind [...] you will also know something to calm your nerves: oh, that it doesn't really matter".

Il comunicato stampa presenta I'm Bad Now spiegando che quella che anima il disco è una "metaphysical quest for self-understanding, despite ostensible bumbling on the physical plane". Sia che passi attraverso le immagini amare della title track, o per il puro gusto per il limerick di Hearing The Bass, o per l'ermetismo di White Disciple, la ricerca dei Nap Eyes sembra avere alcuni seri punti fermi: "far far away life will begin / and the might of night will scatter". Qui e ora, invece, restiamo combattuti tra il farci troppe domande e il farci quelle sbagliate.

Aggiungo una cosa molto banale che mi cattura di questo disco, e che mi rende affascinanti anche i suoi momenti più miserabili e abbattuti: la voce di Nigel Chapman, anche quando non fa nulla per nascondere l'influenza e il debito di Lou Reed sulla musica della sua band ("Lou plays the scale like the man of your dreams / Hearing the bass as you enter your teens / Exit your life recollecting universal themes"), anche quando tocca livelli di impassibilità e indifferenza degni del migliore David Berman, o quando sembra perdersi nel più largo e comodo autocompiacimento alla Yo La Tengo, non perde mai quell'accenno di sorriso bonario, non abbandona mai quel tono tollerante e cordiale, come chi ha ben chiara la consapevolezza di essere nella stessa barca insieme a tutti, e che non saranno quattro canzoni di vecchio, glorioso e polveroso indie rock a farci migliori degli altri, né a salvarci. O forse sì? Ah, questo vecchio cuore stupido.