mercoledì 31 gennaio 2018

I can't remember and I don't have reason to

Salad Boys - This Is Glue

Quando arrivi in paradiso, è meglio se fai finta di essere morto. Ecco: il senso dell'umorismo un po' dark dei Salad Boys potrebbe essere riassunto in questi versi di In Heaven, canzone contenuta nel nuovo album This Is Glue, pubblicato da Trouble In Mind. Questo succede quando le cose, per modo di dire, vanno bene. Più spesso i racconti della band di Christchurch si aggregano per frammenti i cui "colori" appaiono desolati, quando non del tutto cupi. Fin troppo facile estrapolare alcuni titoli come Scenic Route To Nowhere, Hatred o Going Down Slow, pensando di avere già capito che aria tira. Poi a scompigliare le carte arrivano le chitarre più frenetiche e travolgenti (Psych Slasher o Blown Up) che sembrano partire da certe atmosfere Sebadoh per rimandare a quell'introspezione diffidente e disillusa un po' Elliott Smit. Non per niente, il comunicato che presenta il disco ribadisce che "existential angst has never felt so exhilarating". C'è una deliberata vaghezza nei dettagli, i suoni a tratti si fanno jangling (evidenti anche le influenze dei REM o dei connazionali Bats) e a tratti più lo-fi e massicci. Insomma, un po' la Nuova Zelanda che amiamo e un po' il caro vecchio indie roc, morto e sepolto e ancora lì, pronto afarsi una risata.



"This method of journalism"

[clicca per ingrandire]

Ieri sull'edizione USA di Rolling Stone è uscito un articolo firmato da Corbin Reiff sul prossimo album di Car Seat Headrest, che come sappiamo sarà un "remake" integrale del suo Twin Fantasy, uscito nel 2011. Lo stesso Reiff aveva presentato il pezzo dicendo "I spent a year hanging out in the studio with Car Seat Headrest, watching Will Toledo re-assemble his masterpiece, Twin Fantasy", e anche se nell'articolo non compaiono molti dettagli tecnici o di "vita da studio", il risultato a una prima lettura mi era sembrato ben fatto e interessante.
Questa mattina scopro invece che, in un lungo thread su Twitter (qui sopra uno screenshot da cui ho tagliato le fotografie per brevità), Will Toledo ne ha preso le distanze, accusando il giornalista di avere scritto esattamente ciò che lui aveva chiesto di evitare, e mettendo assieme pezzi presi di altri articoli. L'accusa è netta: "This method of journalism is why I declined every other offer for a feature or blog interview around this album".
Non entro qui nel merito di Twin Fantasy e della sua ispirazione: non credo che la biografia di Will Toledo sia così rilevante per amare o meno questo disco o, più in generale, la sua musica. Lo scambio però mi ha fatto pensare a quante volte, visto che "si tratta soltanto di musica", commettiamo tutti lo stesso errore: arrogarci il diritto di trarre conclusioni sulla vita personale di qualcuno solo perchè ci ha consegnato una più o meno riuscita opera d'arte che assomiglia a qualcosa che chiamiamo "vita personale".
Qui non stiamo parlando di giornalismo d'inchiesta. Questo doveva essere un articolo d'approfondimento intorno a un disco. Si diceva di solito che l'opera d'arte, una volta compiuta, se ne va in giro per il mondo sulle proprie gambe, e l'autore non ha più alcun diritto di reclamarla a sé. Eppure sembra che accada molto spesso l'opposto: non riusciamo a separare l'opera da chi pretendiamo di conoscere come autore. Se a questo aggiungiamo l'accelerazione di un giornalismo musicale dominato dalla necessità del clickbait, e che spesso si piega volentieri al gossip, ci troviamo di fronte al paradosso di un autore brillante, acuto e capace come pochi altri della sua generazione di raccontarci certi tormenti dell'adolescenza, che deve ribadire - per di più sui social newtwork - quanto poco sia importante capire di chi sono quei tormenti. Lo scopo dovrebbe essere riuscire a capire quanto in realtà sono tuoi, ascoltando la sua musica.



lunedì 29 gennaio 2018

What’s a human being gotta be like?

podcast  'polaroid – un blog alla radio' – S17E15

“polaroid – un blog alla radio” – S17E15

Sidney Gish – Impostor Syndrome
Superorganism – Everybody Wants To Be Famous
Hinds – New For You
The Citradels – Hill Out Of Town
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per “Troppa Braga“]
Sweet Nobody – Manner Of Speaking
No Middle Name – Sax For Melody
Holy – Wish
Triptides – All My Life
Lätta Regnskurar – This Year

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sabato 27 gennaio 2018

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio"

polaroid blog x Radio Raheem

La settimana scorsa sono andato a mettere un po' di dischi a Radio Raheem. Non ho idea di come potessi anche solo pensare che le cose sarebbero filate lisce, ma in ogni caso i ragazzi sono stati super carini, e alla fine è stato molto divertente. Ho fatto partire il primo disco alla velocità sbagliata, nei cinque secondi in cui ho acceso il microfono mi si sono arrotolate le parole in bocca, e appena Fabio De Luca è apparso fuori dalla vetrina ho subito sbagliato la scaletta. Insomma, sono riuscito a portare sui Navigli quello che da anni succede ogni lunedì sera nell'etere bolognese: potrebbero chiamarla "una completa e immersiva indiepop experience" e rivenderla come una cosa esotica.
Ma dato che non ho idea se mi capiterà ancora di tornare da quelle parti, ho deciso di stipare in quei primi sessanta minuti a mia disposizione (quasi) tutto quello che potrebbe stare in una "time capsule" definitiva di questo blog e di questo programma alla radio. Si comincia dai Comet Gain e si finisce con gli Shout Out Louds, passando per vari e immancabili ukulele, camerette, battimani, adolescenza, Svezia, Scozia, Australia, un paio di campioni di casa nostra, molto lo-fi, molti innamoramenti, cimeli Anni Novanta e cassettine Anni Ottanta: ecco il mio nastrone sbagliato per i vostri aperitweevi tardo-hipster, qui in streaming via Mixcloud:



All these worlds are yours

HOLY ­– All These Worlds Are Yours

Diventare astronauti per combattere l'insonnia, esplorare lo spazio e imparare a suonare in sogno. HOLY riesce a prendermi per mano e portarmi fino in fondo a una specie di concept album con canzoni da nove minuti, e a farmi avere voglia di ricominciare subito da capo: dev'essere qualche specie di forza gravitazionale ancora sconosciuta, invisibile e irresistibile. Sono sbalordito.
A quanto pare, questo disco prende il titolo da un libro chiamato "All These Worlds Are Yours: The Scientific Search For Alien Life". È possibile tradurre nella lingua del pop una tensione inesauribile ad andare oltre il mondo percepito e noto, a espandere la prospettiva (e la mente), senza sconfinare nella pura e muta sperimentazione? Sembra essere questa la domanda che riunisce e muove queste dieci tracce, una più imprevedibile dell'altra. Ognuna è una somma di movimenti, traiettorie, idee che si trasformano e si dissolvono e tornano alla luce in una galassia differente.
Un pop orchestrale ricchissimo che, da un lato, prende vita da supernove come i Beatles e i Beach Boys più visionari, ma che si immerge con gioia nelle orbite glam di opere come Ziggy Stardust, o insegue comete psichedeliche come Flaming Lips, Spiritualized o Mercury Rev. Tutto scintilla, nulla si ripete. Chitarre grondanti, pianoforti stellari, riverberi ed echi che colmano l'intera volta celeste. A tratti, HOLY (nome d'arte di Hannes Ferm, da Stoccolma, di casa nella sempre più maestosa PNK SLM) appare parecchio melodrammatico, e la sua musica trabocca di nostalgia. Ma subito dopo ti rendi conto che si è già teletrasportato dalla parte opposta dell'universo, e sta facendo da colonna sonora a documentari sulla vita di altri pianeti, sulla plancia di comando hanno messo i Kinks nel jukebox e ballano, e un attimo dopo torna a sognare, astronauta ibernato che parla nel sonno per secoli, e suona una canzone d'amore a un impalpabile alieno. State pronti a decollare.



giovedì 25 gennaio 2018

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Gennaio 2018

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa


MONTAG

Ho recuperato solo ora l'EP di debutto pubblicato un paio di mesi fa dai Montag. Le quattro tracce, prodotte da Alessandro Baronciani insieme a Marco Giuradei dei Dunk, mostrano bene come la band di Bergamo sappia muoversi tra un emo più urlato e d'impatto (qualcosa dei Gazebo Penguins, se vogliamo dare un primo riferimento), come nell'apertura di Vincenzo, e una scrittura che a mano a mano che procede si fa più distesa e schiettamente cantautorale. Diari aperti, molti ricordi, molto piangere, qualcosa che si è spezzato a sedici anni e che le chitarre oggi provano ad aggiustare e curare. Quelle qui più rumorose mi sembra ci riescano meglio.





OBREE - HAZE

Sara Poma (che giò conoscevamo per i suoi Emily Plays) e Fabrizio De Felice (negli Huge Molasses Tank Explodes, di casa Flying Kids Records) hanno unito le forze per questa nuova band chiamata Obree e gli esiti sono abbastanza sorprendenti: shoegaze sognante, allusioni a certa IDM di casa Morr e liquido synth-pop, a volte dai colori retrò, a volte quasi in territori Beach House. Le nove canzoni raccolte dentro l'esordio, opportunamente intitolato Haze, racchiudono tutte queste anime eppure suonano come un corpo coerente, compatto e raffinato. Se siete di quell'umore un po' così, tipo i colori sulla copertina del disco, troverete la musica che fa per voi.





Gli Insetti Nell'Ambra - L'Aleph

Gli Insetti Nell'Ambra, per prolungare la metafora del loro nome, sono una bestia strana. C'è un istinto rock'n'roll ma dentro un corpo in qualche modo kraut. C'è una corazza lo-fi che però nasconde muscoli da canzonette. Il loro secondo album si intitola L'Aleph, ed è appena stato pubblicato in cassetta da Skank Bloc Records, label indipendente italiana nata a Zurigo e che ora fa base a Parigi (già casa di DJ Balli e Luciano Chessa). La presentazione nel comunicato stampa che mi è arrivato sembra una di quelle finte biografie demenziali che una volta inventava Freak Antoni: "Gli Insetti Nell'Ambra nascono come costola di Ludwig Van Bologna, a sua volta derivazione di I Professionisti e Le Cose Furiose". Poi fai partire la musica e ti rendi conto che non scherzano affatto: chitarre scarne e drum machine, un cantato declamato e asciutto, a volte ossessivo, un linguaggio sottile e spiazzante, che tiene assieme Borges e Palazzeschi. Quasi come dei Suicide senza synth, davvero molto divertenti e molto affascinanti.






I Pulsatilla tentano di trovare una terza via tra il regime it-pop corrente e la piena adesione a influenze straniere. Fanno base sulla Riviera Romagnola, ma appena partono le prime note di questo loro secondo album Anemone i pensieri vanno subito a certi Anni Ottanta britannici. Poi arrivano la voce e le melodie, e capisci che la ricerca poetica segue una strada più "nostrana", a volte ancora fresca di letture classiche. Forse alcune strofe potrebbero suonare più sciolte e spontane, ma in ogni caso è bello sentire chitarre malinconiche che anche dalle nostre parti rimandano ad atmosfere a tratti Sarah Records e a tratti un po' Mac DeMarco.


mercoledì 24 gennaio 2018

Missing winner - #RIPMarkESmith

Mark E. Smith

[Qualche anno fa scrissi per la fanzine inserita nella versione in vinile di Vicious degli His Clancyness un piccolo ricordo della mia prima volta a un concerto dei Fall. In questa serata triste, mentre ascolto un po' a caso i video e le canzoni che un sacco di gente sta postando su facebook e twitter, lo voglio ricopiare qui, per dedicare un ultimo brindisi a Mark E. Smith. Non è molto, ma posso dire che è sincero.
Una versione italiana di questo pezzo era uscita sulla rivista Plenum, che purtroppo non esiste più ma che ha un archivio su Medium. Grazie a Jonathan Clancy per la traduzione, oltre che per l'invito.]

The first man I see coming into Covo Club's courtyard is a 50 year old figure, his hair is almost completely white and he has a black eye. He’s sitting on a bench, clinging onto his jacket and figuring out how to stay warm. He’s staring at the cigarette in his hand, his hand is on his lap. His other hand is holding his bloated cheek. They tell me that it’s The Fall’s tout manager, and that the black eyes comes complimentary directly from Mark E. Smith over a discussion at the previous night’s soundcheck. I wonder if it’s true.
How old is Mark E. Smith? Is he still capable of getting into a fight? Or with someone like him are you willing to accept everything, even a blow to your lower cheekbone? They say the tour manager asked that a bouquet of roses be delivered to the dressing room to be forgiven. I don’t believe this, come on.
Lets go in, they’re about to start.
Nope, the club is half empty. It’s a February night with no snow and no fog. Where is everyone? It’s one of those winter night where the cold seems to have sucked away all the city’s air. Life is somewhere else. These things don’t just happen without a reason.

I have a beer. In the venue there are characters I’ll get to know years later. I take a look at flyers of the following shows and I wait to figure out what exactly I’m doing here. When Mark E. Smith passes through the crowd to reach the stage I almost don’t notice. He’s wearing a blue shirt or maybe a grey one, I can’t tell under the stage lights, his pants are too big, high waist, and his jacket almost looks like it’s gonna fall off his shoulders. He looks exactly like the representation of the expression “a bag of bones”.
What disturbs me the most are his excavated cheeks, stripped by the years passing by: it’s funny how for a man like him, that has made words, and the way he pronounces them in songs his most well known trait, time seems to want to steal his mouth, like if it wanted to silence him.
In his eyes the light of obsession and when the band kicks in, he tightens his fist and stuffs it with rage in his jacket’s pocket. He strikes the microphone and his voice is here. Not on a cassette, or a book, or in the NME. Carried by the electricity along the lines of the PA system to the speakers chained to the walls: Mark E. Smith’s voice is with us.

That winter The Fall were touring Are You Are Missing Winner, that I think no one would define a memorable LP. But that was not important. Like the webzine Perfect Sound Forever had written, “There's never been and never will be a 'perfect' Fall record but that's part of what's made the group so vital - they still fuck around a lot and take chances”. There, I did not know that but I sensed that it wasn’t really necessary to recognize those songs, for sure they would not have played their old hits that I had in that only cd, the A Sides compilation. What was important was to stand there and just be in the blaze. The band accompanying him showed a depressing coldness and distance. The sounds were glacial, hard and mechanical. The guitars screeched and the drums crushed all other possibilities. A team of hitters on a mission.
From the new album I’m almost sure they played My Ex-Classmates Kids, that mocking reiteration, exasperated, that left you speechless. Maybe they played the entire thing, who knows, but every note seemed twisted that it was hard to tell with certainty.

I still remember quite well two things: the nerve wrecked crowd that in little groups starts exiting the room after about an hour of the show where every song seems the continuation of the previous one and you can't foresee any ending; and Mark E. Smith’s obstinacy in being Mark E. Smith.
The battle he was fighting, there on the stage with his proclamations, his falls, it was not against us, nor romantically against himself. All his ferociousness mixed with sarcasm was targeted towards music, the only opponent worth still fighting. A wall of music that he tried to take down and rebuild, he’d smash into continuously, without letting go even for an instant. The scornful dash with which he looked at his mic, as if he was compelled to sing, it was a surprise attack. All the chewed up and incomprehensible words were a way of confusing the opponent. He stayed there, attached to the music, with his bony fingers, badly keeping himself on foot and not going down. Music in the end would have won the fight, but Mark E. Smith, on that stage that he seemed to never want to leave had to fight tooth and nail.
Almost everyone has left. The people that have stayed have jumped into the first hall to dance, to forget the labor of the last hour. I go and take down the show’s poster from the wall. It’s a huge bright red sheet of paper and in the middle it just has the letters
T H E  F A L L.

martedì 23 gennaio 2018

This year was the worst year

Lätta regnskurar

This year was the worst year
ice kept on melting
Trump kept on yelling
and we hid our hearts in our instagrams
like junebugs sucked into the machinery of man

This year was your best year
you roamed the floors
hiding your dad's gear
and you laughed and you loved
all the algorithms
of braindead youtube videos
made to make a man out of a kid...



Lätta regnskurar in svedese significa "pioggia leggera" ed è il nuovo nome sotto cui fa ora musica Johan Hedberg, dei nostri amati Suburban Kids With Biblical Names. Al momento su Soundcloud ci sono soltanto un paio di tracce. La prima era una strana marcetta sintetica in svedese che mi aveva lasciato un po' perplesso. Poi all'improvviso, dopo Capodanno, è apparsa questa This Year, una ballata pianoforte e voce che riesce a far stare dentro una manciata di versi e qualche accordo tutte le paure e le incertezze di chi mette al mondo figli oggi, contro ogni ragione, e che nella sua limpida purezza mi ha fatto venire gli occhi lucidi.
Se Google Translate dice il vero, nella presentazione della traccia Johan scrive che "the only way for me to create music right now is to have no frames at all": mi auguro che continui a trovare "no frames" come questa, e spero davvero che la "pioggia leggera" possa portare a Johan una stagione di nuove canzoni.

lunedì 22 gennaio 2018

Broken again


“polaroid – un blog alla radio” – S17E14

The Radio Dept. – Your True Name
Cindy Lee – Operation
Frankie Cosmos – Jesse
Lumpy & The Dumpers – Clatter Song
Unlikely Friends – Broken Again
Soccer Mommy – Your Dog
Total Control – Laughing At The System Pt.1
The Green Child – Her Majesty II
Tropical Trash – Last Night Straight
Car Seat Headrest – Nervous Young Inhumans
Sidney Gish – Sin Triangle

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You don't like me, I don't look like you

SHOPPING - THE OFFICIAL BODY

Arrivati ormai al terzo album, siamo convinti di sapere cosa aspettarci dagli Shopping: canzoni tese, asciutte e frenetiche, tra influenze Slits, ESG, Au Pairs o Tom Tom Club, zeppe di proclami anti-consumismo, critiche feroci alla società contemporanea e umorismo amaro. Se è solo questo che cercate, sarete accontentati anche dal nuovo incalzante lavoro The Official Body, in uscita per Fat Cat. Ma se andate oltre i pregiudizi di noi tutti esperti e sopraffini selezionatori di playlist, gli Shopping vi riserveranno qualche sorpresa.
Intanto, il nuovo album è stato registrato insieme a Edwyn Collins. Sì, il signor Orange Juice in persona si è messo alla regia e ha portato il trio ad espandere la loro classica e ormai rodata tavolozza di suoni. Ci troviamo dunque davanti a un suono che ha arricchito la formula basso-chitarra-batteria con l'innesto di synth e l'aggiunta di ritmiche elettroniche e campionamenti. Prendi uno dei singoli di punta della scaletta, Wild Child: le tastiere sono il controcanto principale del ritornello e creano letteralmente tutto lo spazio intorno alla voce. Oppure lasciati spiazzare dagli attacchi di Discover o New Values, dai colori freddi e cupi, quasi new wave.
Il comunicato che presenta il disco sottolinea come, nei mesi in cui la band stava scrivendo e registrando, il contesto politico ed economico sia nella loro Gran Bretagna che nel resto del mondo stesse peggiornado giorno dopo giorno, tra Brexit, Trump e crisi ormai permanente. Eppure i testi secchi e minimali non ripondono direttamente alla cronaca del quotidiano, ma sembrano spingersi verso qualcosa che assomiglia ad aforismi motivazionali ("Don't believe! Ask questions!" oppure "Let go of everything / Wild child / Melt down your wedding ring!”) per giovani generazioni dall'animo in rivolta. In questo senso, il tono in generale dell'album risulta molto più ottimista, risoluto e agguerrito di quanto ci si possa aspettare. Sarà per quella voglia di party senza compromessi che ti mette sempre addosso il caro vecchio punk-funk; sarà perché un "anarchic, flamboyant spirit is really important to queer culture"; o magari - voglio sperare - sarà perché gli Shopping sanno vederci più lontano.





venerdì 19 gennaio 2018

"Early evening cheer / Ringing loud and clear"

polaroidblog x Radio Raheem

Questa sera polaroid va in trasferta a Milano e porta un po' di classico indiepop addirittura a Radio Raheem! Web radio modello, nata da meno di un anno sui Navigli (al RAL8022 di Via Corsico), è già diventata un punto di riferimento a livello non solo nazionale per le curatissime selezioni musicali e gli ospiti di prestigio (basta vedere i nomi in mezzo a cui mi ritrovo oggi).
Insomma, la preoccupazione di abbassare troppo la media a colpi di twee e C86 è viva, magari passate a fare un paio di brindisi, così diventa un po' più easy. Appuntamento alle 18, in streaming dal sito o su Facebook: ci si vede a banco!

Here comes a sound turning all our life around
Here comes a sound rushing all the way down


(mp3) The Pastels - Classic Line-Up

sabato 13 gennaio 2018

Life is peachy

POLAROID – UN BLOG ALLA RADIO – S17E13 - podcast

“polaroid – un blog alla radio” – S17E13

Double Grave – Polaroid (demo)
Jetstream Pony – Charms Around Your Wrist (The Softies cover)
Echowave – Do You Still Think Of Me
Stephen’s Shore – The Sun
Talons’ – Dark Age
Moon Duo – Jukebox Babe (Suicide cover)
Lilac – Pale
Los 1995 – Platos Rotos
Little Star – Even in Dreams
Courtney Farren – Go Easy
Julie Cool – Triceratops
Pickle Darling – Mouthful
Shy Boys – Life Is Peachy
Belle And Sebastian – Sweet Dew Lee
Jens Lekman – Who Really Needs Who


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venerdì 12 gennaio 2018

Your true name

The Radio Dept. - Your True Name

È uscita questa notte, a sorpresa, e l'ho già ascoltata decine di volte in loop: una nuova, inattesa e strepitosa canzone dei nostri amati Radio Dept.! Si intitola Your True Name e non arriva dalla storica etichetta svedese Labrador ma a quanto pare sarà pubblicata sulla loro Just So. Ancora non ci sono informazioni ufficiali, aggiornerò questo post in caso i sempre laconici Radio Dept. diffondano qualche comunicato.
La canzone spinge su quelle chitarre e su quei feedback che, ovviamente, hanno subito fatto esultare tutti quelli che portano ancora nel cuore l'epoca di Lesser Matters. Staccarsi dai suoni sintetici degli ultimi anni sembra ormai essere un pattern consolidato per queste saltuarie uscite in mezzo alle lunghe pause tra un album e l'altro, come già era successo un paio d'anni fa con la travolgente This Repetead Sodomy. In ogni caso, qui il pezzo è ancora in loop, io sono commosso, non riesco a stare fermo e penso che i ragazzi non potevano farci cominciare l'anno nuovo in modo migliore.

giovedì 11 gennaio 2018

"I'm kinda pissed if this is the real me"

SIDNEY GISH

Eccoti qui, e il ricordo di un anno tutto nuovo e di nuovi buoni propositi appena confezionati già comincia a sbiadire. Sempre la solita vecchia te stessa da portare a spasso ogni mattina. Ti libererai mai di questa sensazione di essere ovunque fuori posto? E odi quello che fai, e odi non fare niente, e in ogni caso trovi la maniera di lamentarti. "I don’t know who I am, I don’t know what to do but I’m not a lot like you". Bene, almeno cominciamo da qualche parte.
Sidney Gish racconta con incantevole acutezza la vita quotidiana di una quasi ventenne dalle idee chiare e multiformi, ricca di talenti e immaginazione, e al tempo stesso non può fare a meno di annotare il proprio farsi strada nel mondo per tentativi, a volte comici (Sophisticated Space), a volte più faticosi e dolorosi (Rat Of The City). Alzi la mano chi non si potrebbe riconoscere in una strofa schietta e disarmante come: "every other day I’m wondering / what’s a human being gotta be like / what’s a way to just be competent".
Ci può consolare almeno l'amore? Dipende. Lungo le canzoni del nuovo magnifico album di Sidney Gish No Dogs Allowed forse quello che risulta più assente (e di cui, tutto sommato, non si percepisce troppo la mancanza) è proprio una consistente figura di interlocutore. Ma anche in questo caso la scrittura della Gish non si arresta: "and despite a past of bad ideas and advice / I sit still and wonder why I ever tried / to think that you were any different".
Sidney scherza a più riprese sulle proprie tendenze alla misantropia: "I think in all regards I’ve found a welcome home / amongst the people made of stone", ma non le credo davvero. Qualcuno capace di analizzarsi e cantare "maybe I wanna see him / but then again I'm an isolationist" non può avere una sensibilità disposta ad arrendersi tanto facilmente. E non c'è nessuna pretesa di coolness in questo: solo il racconto colorato e sovrabbondante di una giovinezza che sta mettendo assieme i pezzi di sé.
Quello che è certo è che Sidney Gish fa tutto da sola anche quando si tratta della propria musica. Dopo aver pubblicato un ottimo album d'esordio appena dodici mesi fa (Ed Buys Houses), ha scritto, suonato e registrato tutto No Dogs Allowed nei ritagli di tempo del suo corso di music business alla Northeastern University di Boston, e ormai ha messo a punto un indiepop già maturo e personale. Ovvio, alla prima nota vengono subito in mente nomi come Frankie Cosmos o Adult Mom (entrambe apertamente citate tra le righe dei suoi versi) o le Girlpool, ma tracce come I'm Filled With Steak, and Cannot Dance oppure I Eat Salads Now rivelano certe melodie più articolate, come Of Montreal da cameretta. Altrove, l'innesto a volte buffo di sample mi ha ricordato il primissimo Jens Lekman, il quale avrebbe potuto cantare anche la piccola ballata acustica in chiusura di disco, New Recording 180 (New Year's Eve).
Sono felice che il primo disco di cui mi sono follemente innamorato in questo 2018 sia di una giovane cantautrice come Sidney Gish: in qualche modo mi ricorda che, nonostante "these sweet instincts ruin my life", ci sono ancora un sacco di cose belle che possiamo fare.




giovedì 4 gennaio 2018

How you made friends when you were young

JENS LEKMAN & ANNIKA NORLIN: CORRESPONDENCE

Tre anni fa Jens Lekman si era lanciato nel progetto Postcards, un diario in forma di canzoni scritte e pubblicate su Soundcloud ogni settimana per dodici mesi. Poi fu la volta di Ghostwriting, dove lo spunto per le nuove composizioni arrivava da raccontati e aneddoti che gli venivano regalati da sconosciuti. Alcune di quelle canzoni e di quelle idee sono poi finite dentro l'album Life Will See You Now dell'anno scorso.
Oggi pomeriggio il cantautore svedese ha annunciato questo nuovo Correspondence, un lavoro a quattro mani insieme ad Annika Norlin che lo impegnerà lungo tutto il 2018. Sembra che al nostro Jens piaccia crearsi calendari e scadenze per essere produttivo. O forse, come ha commentato un mio amico, è soltanto un altro passatempo per sopravvivere al buio inverno del Nord.
Annika Norlin, meglio conosciuta come Hello Saferide prima e Säkert! poi, scambierà con Lekman una lettera tra Umeå e Göteborg ogni mese. Ma invece di lasciare che queste parole rimangano chiuse dentro un computer o una busta, i due musicisti le renderanno pubbliche, trasformandole in canzoni. Una specie di romanzo epistolare cantato e suonato, con un solo strumento per volta, questa è la regola che si sono dati.
Qui potete leggere la storia che ha dato inizio della loro amicizia e che li ha portati a lavorare assieme. Sulla home page del "work in progress" si può già ascoltare Who Really Needs Who, la prima lettera firmata da Lekman, scritta "from the remnants of a new years eve", che chiede proprio "would you like to correspond?".

(mp3) Jens Lekman - Who Really Needs Who

mercoledì 3 gennaio 2018

Indiepop Jukebox: "da qualche parte bisogna pur cominciare"

ECHOWAVE - ECHOWAVE EP

A quanto pare Sam Croaker ha 16 anni. Difficile non andare a controllare almeno venti volte questa informazione mentre si ascoltano le 6 canzoni del suo EP di debutto, intitolato con lo stesso nome del suo progetto musicale, EchoWave. Pop psichedelico e soleggiato, confezionato con un'invidiabile competenza e una contagiosa allegria, che sembra arrivare da una radiolina sulla spiaggia degli Anni Settanta. EchoWave, com'è giusto che sia a quell'età, enumera tra le sue influenze un po' di tutto, dai Beatles ai Tame Impala, passando per Todd Rundgren, ma dimostra di avere le idee chiare e una scrittura duttile e ricca. L'EP, suonato e registrato interamente dal giovane Croaker, è pubblicato dalla label australiana Allsorts Records:





LOS 1995 - GUERNICA

Ma voi lo sapevate che la Burger Records ha aperto una specie di filiale sudamericana? Io no, e mi sembra una mossa molto interessante e intelligente. La Burger Records Latam ha già pubblicato un paio di compilation piene di band a me sconosciute ma parecchio curiose e promettenti. Tra quelle che al primo ascolto mi hanno catturato, gli argentini Los 1995 (chissà se nel nome si nasconde qualche omaggio ai nostri Radio Dept.), autori di uno strano shoegaze a bassa fedeltà, a tratti scarno e introverso, altre volte più trascinante, e sempre molto seducente. Il loro primo EP Guernica è uscito il 31 dicembre e di queste sette tracce mi è piaciuto subito tutto, anche l'inconsueto cantato in spagnolo, malinconico e sfuggente.





Charms Around Your Wrist by Jetstream Pony

I Jetstream Pony si potrebbero definire un supergruppo, se non fosse che questa qualificazione nell'indiepop mi suona sempre un po' sproporzionata. In ogni caso, la band che fa base a Brighton è composta da Beth Arzy (Trembling Blue Stars / Aberdeen) alla voce, Shaun Charman (The Wedding Present / The Popguns / The Fireworks) alla chitarra, Kerry Boettcher (Turbocat) al basso e Sara Boyle (Shelley Mack Band) alla batteria. Avevano già pubblicato un 7 pollici su Kleine Untergrund Schallplatten lo scorso settembre, e appena prima di Natale ci hanno regalato una cover di Charms Around Your Wrist delle Softies, che aggiunge un efficace tocco elettrico alla delicatezza della musica di Jen Sbragia e Rose Melberg.





LILAC - SLOW SHAPES

I Lilac sono un quartetto di Stoccolma votato al più classico shoegaze Anni Novanta. Nel corso del 2017 hanno pubblicato due ottimi EP di 4 tracce che potremmo definire complementari. Il secondo, intitolato Slow Shapes, è uscito poco prima di Natale, e se nel marasma delle classifiche di fine è sfuggito anche a voi, vale la pena di tornarci su. Le atmosfere più sognanti e riverberate sono qui e là rafforzate da sfumature più jangling, come in questa Pale:





JULIE COOL - DEMO

OK, questi Julie Cool hanno esordito dal vivo appena tre sere fa, a una festa di capodanno in una casa di Wilkens Avenue, nella loro città, Baltimora: ma il bello di Bandcamp è capitare per caso sul loro demo e trovarlo già bellissimo così, tra accenni sgraziati, suoni sbilanciati e spontanea poesia. Queste canzoni si reggono in piedi tra riverberi e ritmi indolenti, come un impossibile incrocio sperimentale tra Mac DeMarco e non so, mettiamo Wild Nothing, per il puro piacere di una vedere dove può arrivare questa musica, sentire come scintilla ancora. Non per niente si definiscono "glimmery dart-pop":





The King In Mirrors - Fall into Place

The King In Mirrors, da Swindon, UK, è una band che ruota intorno a Rich May e un cast variabile di musicisti. Fanno quell'indiepop che non potrebbe essere più inglese e classico di così: dai Bodines ai Razorcuts ai Wedding Present, i riferimenti più brillanti sono tutti lì. Il nuovo singolo Fall Into Place, super jangling e ottimista, anticipa un album in arrivo a marzo:



lunedì 1 gennaio 2018

As the years go by

THE YEARNING - Do You Remember?

Here we are, as the years go by
Drifting on down life's alibi
Watching on, as the minutes die
And I think of you...




(Dal nuovo album Take Me All Over The World su Elefant Records)