martedì 27 febbraio 2018

Tracyanne & Danny

Tracyanne & Danny

Quelle notizie che ti colgono di sorpresa scorrendo i feed e ti fanno sobbalzare: Tracyanne Campbell, voce dei nostri cari Camera Obscura, ha un nuovo progetto insieme a Danny Coughlan (dei Crybaby - recuperate qui un vecchio profilo del Guardian). La nuova creatura prende semplicemente il nome di Tracyanne & Danny e ha già un album in arrivo, atteso per il prossimo 25 maggio su Merge Records, oltre a un nutrito calendario di concerti (ma in Italia, ovviamente, neanche a parlarne).
Su suggerimento del loro manager Francis MacDonald (il batterista dei Teenage Fanclub), l'album è stato registrato insieme a Edwyn Collins, co-produttore con Sean Read (Dexys Midnight Runners). Tra l'altro, proprio di Collins - in un tweet del giugno scorso - sembra essere il primo accenno a questa nuova sorprendente band.
Tracyanne ci tiene a precisare che "It’s not a duet record. We’ve tried our best to marry our voices, songs, and melodies”. Influenze dichiarate, oltre che condivise dai due, nella realizzazione dell'album: "The Roches, Dion, Lou Reed, The Flamingos, Serge Gainsbourg, Santo & Johnny, and The Style Council". Tra le canzoni trovano spazio una partecipazione dello stesso Edywn Collins e un "gioioso tributo" a Carey Lander, la componente dei Camera Obscura prematuramente scomparsa tre anni fa.
Come se tutto questo non bastasse, si può già ascoltare il primo estratto dell'album, questa elegantissima Home & Dry, una canzone "about the movement of time, the inevitability of things not staying the same":

mercoledì 21 febbraio 2018

Indiepop Jukebox: anti-fashion week OST

High Sunn - Missed Connections

L'iperprolifico Justin Cheromiah, diciottenne da San Franciso, sta per tornare con un nuovo album a nome High Sunn, ancora una volta sulla formidabile label svedese PNK SLM. Dopo il bell'EP Hopeless Romantic dello scorso anno, dopo le raccolte in cassetta per Spirit Goth e Z Tapes e dopo i vari demo disseminati tra Bandcamp e Soundcloud, High Sunn arriva finalmente al primo e vero album in studio, Missed Connections, con una solida band ad accompagnarlo e con la collaborazione del produttore Dylan Wall (già al lavoro con Craft Spells, Boy Romeo, Naomi Punk, Great Grandpa e anche con i nostri Baseball Gregg). Questa prima anticipazione Those Last Words parte dall'ambiziosa intenzione di esplorare "the musical territory between Modest Mouse and Wild Nothing", ma esplode nella maniera giusta e lascia sperare per il meglio:





Alpaca Sports - Summer Days

Dopo oltre due anni di silenzio, il ritorno degli Alpaca Sports che cantano Summer Days mentre qui fuori l'inverno minaccia ancora neve è proprio una di quelle crudeltà a cui l'indiepop ci ha ormai abituati. Tra l'altro, non so perché ma ero convinto che Andreas Jonsson e Amanda Åkerman avessero già cantato una canzone intitolata Summer Days. Invece pare di no, e questo delizioso singolo è soltanto il primo assaggio di un album che gli svedesi stanno per pubblicare su Elefant Records a breve. "I just need you / And summer days in the sun / No one loves you like I do": non manca nulla, soltanto l'estate qui fuori.





Hello Paris - Wake Up At The Lake

Non si trovano molte info in rete su Hello Paris, se non qualche blog che scrive che non si trovano molte info in rete. Quello che pare certo è che si tratti di un progetto francese, metà del duo shoegaze Fifty Miles From Vancouver, da Rennes, che aveva pubblicato un buon EP per la compianta Beko Disques (e che si sbizzarriva in titoli come ). Senza dare spiegazioni, sul suo Soundcloud, stanno emergendo piccole gemme di assolato dream pop come questa nuova Wake Up At The Lake:






 Fine China - 'Feel Not'

I Fine China sono dei veterani della scena indie di Phoenix: sono in giro dal 1997 e hanno all'attivo quattro album e svariati EP. A dodici anni dalla loro ultima uscita, si sono riuniti e sono tornati a pubblicare per la loro prima etichetta, la californiana Velvet Blue Music. "Always been a guitar-driven, pop band at heart", anche con il nuovo singolo Feel Not, si confermano abili manipolatori di suoni e atmosfere Eighties, tra Smiths, Cure e New Order:





Starman Jr. - Pearl

Ancora via Z Tapes, arriva l'edizione europea su cassetta per l'ultimo album del prolifico Starman Jr., ovvero Adam Porter da Oxford, Mississippi, che insieme a Kieran Danielson e Graham Hamaker è anche il fondatore della Muscle Beach Records. L'estetica di Porter può essere riassunta nel suo desiderio di scrivere canzoni sul "not wanting to sleep but constantly being tired". Il nuovo Pearl è ancora una volta un incantevole raccolta di bedroom pop a bassa fedeltà per fan di Coma Cinema / Elvis Depressedly o certe cose di Alex G.





Why Bonnie - In Water

Se come me siete amanti del guitar pop cristallino di Alvvays e Hater, credo proprio che i Why Bonnie saranno la vostra prossima band preferita. Quartetto proveniente da Austin, Texas, guidato dalla seducente voce di Blair Howerton, riesce a coniugare malinconia e atmosfere più luminose, già tutte rivolte alla primavera. Il nuovo EP In Water è appena uscito su Sports Day Records.


lunedì 19 febbraio 2018

We could get along

podcast - 'polaroid – un blog alla radio' – S17E18

“polaroid – un blog alla radio” – S17E18

Stephen Malkmus – Middle America
Spiral Stairs – No Comparison (Kelley Stoltz & Allyson Baker remix)
Ghost Music – We Could Get Along
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Mommy Long Legs – SK8 Witches
La Luz – Cicada
Anna Burch – Tea-Soaked Letter
HOLY – Dreaming Still
Say Sue Me – Old Town
Frankie Cosmos – Being Alive

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud



giovedì 15 febbraio 2018

Belle and Sebastian will solve our human problems

Live report: Estragon, Bologna - 2018/02/14

Belle and Sebastian live at Estragon, Bologna - 2018/02/14

In una vecchia canzone (che questa sera a Bologna purtroppo non ci hanno regalato), i Belle and Sebastian cantavano “If you dance for much very longer / You'll be known as the boy who's always dancing”. Questi versi mi tornano in mente di continuo mentre li guardo con quel misto di stupore, gratitudine e grande consolazione che ogni concerto della band scozzese riesce a infondere. Ecco, al contrario del personaggio di quella canzone, uno Stuart Murdoch così ballerino, disinvolto e divertito, così a proprio agio nello spazio del palco, forse non l’avevamo mai conosciuto. Entra in scena con una giacca di pelle nera da motociclista, sorriso e determinazione, la figura asciutta e slanciata da maratoneta sotto la consueta maglietta a righe, si siede al piano e attacca subito Nobody’s Empire. È un modo per ricapitolare la storia dell’origine della sua musica, dalla sindrome di affaticamento cronico fino al rapporto con la fede, passando per una figura femminile forte ritratta con una tenerezza toccante. Forse non è la migliore canzone dei Belle and Sebastian, di certo non è la mia preferita, ma mentre la sento suonare qui sembra brillare, e mi rendo conto che ha senso ed è un’ottima maniera per entrare in argomento, “we live by books and we live by hope”, e la gente intorno a me comincia a scaldarsi. Perché è con la successiva I’m A Cuckoo, travolgente e liberatoria, che tutti finalmente realizzano di essere qui e ora, a un concerto dei Belle and Sebastian nel 2018, qualcosa per cui dovremmo già abbracciarci con riconoscenza, e buttarci a ballare, ballare come questo Stuart di mezza età, l’amico timido che a un certo punto della festa deve avere capito come lasciarsi andare, e adesso è lui che trascina te.
La scaletta prende il volo. Mi pare di cogliere una maggioranza di canzoni da Dear Catastrophe Waitress: una versione di Piazza, New York Catcher più corposa, folk corale con armonica e tromba, che è davvero una bella sorpresa, mentre su If She Wants Me anche Stevie Jackson, il vecchio zio mod che tutti vorremmo avere, si concede qualche ammiccante passo di danza, sempre impeccabile ed elegante. È proprio lui, con Sweet Dew Lee che ci porta verso le canzoni più recenti, quelle del trittico di EP di How To Solve Our Human Problems. Dal vivo mi sembrano suonare più “sciolte” e spontanee che su disco, e una volta di più mi rendo conto di quanto ai Belle and Sebastian riesca facile amalgamare canzoni di decenni differenti come se fosse tutto naturale, come se quello che volevano dire fosse sempre stato lì, da Tigermilk a oggi, una stessa idea coerente.
Quello che di certo è cambiato, dall’epoca più twee, mi pare sia il loro atteggiamento sul palco, molto più sicuro e convinto, tanto che non credo di avere mai sentito Stuart Murdoch parlare così tanto tra una canzone e l’altra. La gag della “ricerca su wikipedia” delle foto di Bologna, una "captatio benevolentiae" tutto sommato perdonabile, con immancabile momento simpatia per la gloriosa squadra di calcio degli Anni Sessanta proiettata sullo schermo, non me l’aspettavo proprio. La cura del suono e dei visual sincronizzati lungo tutto il live è notevole. A un certo punto, Murdoch si mette a raccontare del viaggio in treno che li ha portati da Milano a Bologna, e dietro la successiva I Want The World To Stop proiettano proprio un filmato “dal finestrino” girato poche ore prima. La Stazione Centrale che vedo ogni giorno, il paesaggio suburbano, e poi la pianura verde e grigia: mi fa sorridere ritrovarlo lì, sfondo gigante dentro la musica dei Belle and Sebastian, identico a come lo vivo io in cuffia, ma qui dal vivo.
Belle and Sebastian live at Estragon, Bologna - 2018/02/14
E poi ci sono tutte le classiche canzoni del cuore, ognuno ha la sua. Questa data all’Estragon ci regala un'austera Like Dylan In The Movies, un’inaspettata Expectations e una portentosa Another Sunny Day, una di quelle canzoni che quando mettevi i dischi negli anni indiepop ti salvava sempre la vita e la pista. Poi, come era stato già spoilerato su ogni social, per l’immancabile The Boy With The Arab Strap vengono invitati i più volenterosi a ballare sul palco, e la cosa si ripete con genuina simpatia anche stasera, tra abbracci entusiasti e ragazze che esigono almeno un bacio da Stuart.
Ma dopotutto è anche la sera di San Valentino, e la band di Glasgow ha in mente anche un’altra sorpresa: la lunga coda del loro vecchio cavallo di battaglia si trasforma, a poco a poco, in una di quelle cover che in un primo momento non sai come prendere. Love Is In The Air, direttamente dagli Anni Settanta più disco sdolcinati, potrebbe far succedere il peggio, e invece funziona alla grande pure lei, con Johnny Lynch, l’esuberante cantante della band di spalla Pictish Trail che arriva a dare manforte con i cori, ricoperto di frange dorate e brillantini, mentre giù in platea sono tutti abbracci, sussurri e promesse, e braccia levate al cielo.
Il lungo set si conclude con una trascinante Judy And The Dream Of Horses, forse una delle più belle canzoni mai scritte sulla sublimazione, e anche se forse non siamo più quelli così sicuri di riconoscersi dentro quelle strofe, “with a star upon your shoulder / lighting up the path you walk”, mentre la riascolto dal vivo, forte e chiara oggi davanti a me, sono convinto che “if you're ever feeling blue then write another song about your dream of horses” sia stato uno di quei versi capaci di restarti addosso tutta la vita, senza dire niente di speciale, eppure spiegando tutto quello di cui avevi bisogno.
Si spengono le luci, c’è una pausa tutto sommato breve, e poi arriva il momento dei bis, che mi sembra una faccenda un po’ meno riuscita del resto della serata. Si apre addirittura con Fox In The Snow, che non sentivo da tantissimi anni, e che tutti i ricordi riporta giù: cassette, lettere, lacrime di fanciulle scozzesi del secolo scorso, speranze e quanta ingenuità. Poi c’è un momento in cui la band sembra incerta sulla scaletta, dal pubblico gridano titoli, Stevie Jackson si toglie la chitarra e va verso le tastiere, ma Sarah Martin ha un’esitazione. Poi Stuart decide che bisogna chiudere ballando, e vuole a tutti i costi salutarci con The Party Line, una canzone che - con tutto il bene che si può volere ai Belle and Sebastian - non posso definire la loro più significativa e riuscita, né così importante. Stuart non è James Murphy, e questo è l’unico momento in cui mi trovo a pensare che il tempo è passato anche per loro. Ma sia come sia, quello è Stuart Murdoch e sta ballando e saltando, contento come un bambino, contento come lo eravamo noi quando lo abbiamo conosciuto più di vent’anni fa, e anche il pubblico balla, e allora io non voglio certo tirarmi indietro, non voglio lasciarmi sfuggire la soluzione ai nostri "human problems", e alla fine tutto quello che doveva darci questa band, tutto quello che dovevamo capire è in questa gioia.

(mp3): Belle and Sebastian - Electronic Renaissance




martedì 13 febbraio 2018

She's the girl of my dreams, but I ruin everything

MOUSE TRAP

Un giorno dovremmo finalmente mettere nero su bianco almeno uno dei due metodi ideali per dare voti ai dischi, il più recente e forse il più duttile: ovvero come valutare con accuratezza la percentuale di un album che si può avvicinare o far risalire ai Pants Yell. L'unità di misura di questo metodo si chiamerà evidentemente Churchman, dal nome di Andrew Churchman, voce della storica band di Boston, e diventerà presto uno standard.
Da questo punto di vista, quando mi sono imbattuto nel disco d'esordio dei Mouse Trap, ho subito pensato: "ecco qui un promettente 7,9 Churchman!". Successivi calcoli e dimostrazioni lo possono confermare. Senti queste chitarre traballanti eppure traboccanti di ardori e timidezze; senti queste strofe che sembrano strappate dal tuo diario del ginnasio: "There is someone I like / But nothing turns out right" sono i due versi che aprono il disco e ne tratteggiano già un ampio fondamento. E soprattutto senti come un indiepop a bassa fedeltà e maglioncini a V può reggersi in piedi nonostante tutto e diventare una nuda poesia che niente più può abbattere: "My life will begin when I first touch your skin". Ulteriore nota di merito, l'hashtag su Soundcloud: "tweemo".
Di questa band non si trovano molte informazioni in giro: ho recuperato una sola intervista al chitarrista e cantante Jackson Eudy, da Arlington, Texas (in cui cita a più riprese i Guided By Voices); ci sono un paio di tracce abbastanza lo-fi sparse tra le compilation della benemerita Z Tapes, etichetta di Bratislava dedicata a uscite in cassetta. Ma ora c'è questo album, dieci canzoni spesso sotto i due minuti, e mentre si diverte a costruire piccole storie come palindromi (Best Friend), mentre canta la sua elementare misantropia (On My Own) o il suo amore impossibile ma tristemente consapevole ("I can't be what you need"...) riesce a ripetere con un sorriso distratto un irrilevante incantesimo di cui certi giorni stupefatti e increduli sento ancora tutta la travolgente necessità.

lunedì 12 febbraio 2018

Keep in touch

podcast - 'polaroid – un blog alla radio' – S17E17

“polaroid – un blog alla radio” – S17E17

The Spook School – Keep In Touch
My Light Shines For You – That Kind Of Boy
m ▲ f f – Desfile
Duets And Stuff – Serve Somebody
Girlpool (feat. Dev Hynes) – Picturesong
Luke Reed – I’m Dreaming
Lillet Blanc – Guest House
Famous Problems – Every Girl
Sara Renberg – Everywhere, Everywhere
The Boys With The Perpetual Nervousness – Nervous Man
Hater – Red Blinders

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud




venerdì 9 febbraio 2018

I was hoping you'd pass by here

Ghost Music - 'I Was Hoping You'd Pass By Here'

È una stagione così strana, mutevole e incomprensibile, che non sapresti dire se la musica è diventata ormai del tutto un fantasma, dissolta e inafferrabile, o se invece avrebbe bisogno di tornare a esserlo, e se le farebbe bene ricominciare a scomparire in qualche mistero impalpabile, perché non ce la fa davvero più. Musica come fantasma, una figura dai contorni vaghi, forse un'illusione, in ogni caso qualcosa che a che fare con il passato e i ricordi.
Chissà se i Ghost Music, da Southend-On-Sea, Regno Unito, hanno scelto il loro nome proprio ricordando come suonava la musica di un tempo differente. Mentre ascolto il loro nuovo I Was Hoping You'd Pass By Here penso a mille nomi, potremmo giocare alla tombola dell’indie kid oramai over 40: ci sono tantissimo le atmosfere sospese e liquide degli Yo La Tengo, a cui ogni tanto fa da contrappunto un’asciuttezza Silver Jews (ehi, ultimamente tornano in mente spesso). C’è una sorprendente parentesi da vecchi Magnetic Fields (Strange Love), ma ogni tanto si sfiora anche la severità di certi Bedhead (Heart Shaped Holiday).
Insomma, un album che avrebbe tutto per apparire familiare, quasi troppo, e che invece continua a sottrarsi, a sorprenderti con ombre e improvvisi splendori (per esempio, alcuni momenti più pop come Blindspot o Gurl In A Whirl sono capaci di illuminare a ritroso linee genealogiche insospettabili, da Woods a Beat Happening fin su a Byrds e Zombies).
Leggo che la formazione è composta da veterani: Matt Randall e Lee Hall suonavano assieme già vent'anni fa nei Beatglider, poi il primo ha dato vita al progetto Plantman (era passato in concerto anche in Italia!), mentre la sezione ritmica è composta da Roy Thirlwall (già Melodie Group) e Leighton Jennings (dai Dark Globes). Tutti nomi che forse non hanno mai guadagnato troppi titoli su riviste e blog (e che mi andrò immediatamente a recuperare), ma che con questo disco pastorale, elegante, a suo modo sfuggente e ambizioso, hanno dimostrato che quel fantasma di musica che chiamavamo indie rock fatto con le chitarre può ancora essere vivo, vivissimo, e parlare di bellezza come non molti sanno ancora fare.






mercoledì 7 febbraio 2018

I forgot to fake the way that I was feeling

Anna Burch – Quit the Curse

Ammiro le persone capaci di dare un taglio netto alle cose. Io ci riesco sempre soltanto a metà. Così la tela è già rotta, ma non arrivo mai fino in fondo. Il disco di Anna Burch è per questi giorni non risolti, una mezza stagione in mezzo a un'altra stagione, pagine chiuse e frasi non finite. Storie che parlano di amori complicati, ma non come credi tu ("I won’t play the victim just because I can’t get what I want"), oppure semplici racconti di come ci può trovare in nuove città alle prese con vecchi desideri che ci fanno paura come la prima volta ("I know there won't always be fireworks / But we saw them that night for a while"). Figure di uomini che arrivano, fraintendono e spariscono: e in mezzo la voce chiara e ferma di Anna Burch che sa quando è il momento di cedere alla malinconia e quando invece tirarsi in piedi, e che soprattutto non smette mai di cercare sé stessa. C'è spesso un tono risoluto in questi versi ("From what I can see reciprocity is boring, but I'm tired of unrequited love stories") e passo dopo passo, autostrada dopo autostrada, taglio dopo taglio, la protagonista di Quit The Curse arriva in fondo alla tela.
L'album sarebbe un esordio, anche se non lo si può considerare davvero tale, perché avevamo già incontrato la cantante di Detroit prima nei Frontier Ruckus e poi nei Failed Flowers di Fred Thomas (degli storici Saturday Looks Good To Me - contatto che deve avere in qualche modo facilitato l'uscita su Polyvinyl), e quindi la sua scrittura ha avuto tempo di affinare la propria lama. I momenti migliori del disco sono quelli che si avvicinano di più a certe sonorità Anni Novanta, tra indie rock e più caldo folk-pop (Pitchfork cita esplicitamente Juliana Hatfield e Liz Phair), ma non mancano tracce più leziose, quasi tra Alvvays e She & Him, che strappano un istantaneo sorriso. E forse, quello che trovo uno dei pregi migliori del disco, è la maniera gentile ma ferma con cui ti trasmette il suo carattere e il suo sguardo: "Self-destruction is so played out / So is self-pity and self-doubt / Let’s try to be okay".

lunedì 5 febbraio 2018

Feel it all

podcast 'polaroid – un blog alla radio' – S17E16

“polaroid – un blog alla radio” – S17E16

Holy Now – Feel It All
Trés Oui – Red Wine & Dry Ice
Flyin’ Zebra – Death By Shaokao
Habibi – Nedayeh Bahar
Ultimate Painting – Not Gonna Burn Myself Anymore
Bonny Doon – I Am Here (I Am Alive)
Salad Boys – Exaltation
Cool Ghouls – CCR Bootleg
Eels – The Deconstruction
Hater – Rest

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud

Indiepop Jukebox: "you look so normal" edition

Sara Renberg - Night Sands

"I'm so tired of keeping it together": direi che è un verso perfetto per il lunedì mattina. Da Portland, Sara Renberg ce lo consegna senza apparente dramma, con un'intonazione distaccata che a qualcuno ha fatto venire in mente i Silver Jews. Lei però si avvicna a suoni folk più delicati e la Antiquated Future, che pubblica questo suo secondo album Night Sands, la presenta citando esplicitamente "the scrappy pop of artists like Dear Nora and Frankie Cosmos". Canzoni a volte spoglie e dirette, a volte quasi serene, che parlano di com'è essere "32, gay and single” e vivere "in exile from old dreams", e a cui non manca mai una certa dose di sense of humour.





My Light Shines For You

"I never thought that you were that kind of boy / you look so normal, quiet and simple but / you have a girlfriend": una strofa, che con le sue implicite contraddizioni e i suoi capovolgimenti, sembra voler racchiudere l'intera essenza del twee nel minor numero di parole possibile. Intanto sotto esplodono arpeggi scintillanti a rotta di collo, molto Talulah Gosh (o magari Bodines, o Chesterfields o ancora...), i coretti sono super zuccherosi e tutto dura appena un minuto. Non sono adorabili? Si chiamano My Light Shines For You, vengono dal Cile, e il loro nuovo 7 pollici viene pubblicato dalla eroica Cloudberry Records:






In certi momenti tutto quello di cui hai bisogno è una band anglotedesca che suona come una reincarnazione dei Field Mice e che non ha paura di cominciare una canzone con il verso "Do you remember when we were seventeen?". Malinconia senza fine, chitarre squillanti e quel velo di synth e riverberi che rende tutto ancora più distante. The BV's si dividono tra Falmouth, in Cornovagia, e Augsburg in Germania. Il loro nuovo sette pollici si intitola Interpunktion (EP) e questa è la prima delle 5 tracce, Be Enough:





Channel Hanna - Rainbow Reservoir

Quando un album si intitola Channel Hanna per rendere omaggio alla ormai leggendaria figura di Kathleen Hanna, puoi già intuire cosa ti aspetterà: chitarre fragorose, parecchi ritornelli da urlare e una salutare aria Anni Novanta. I Rainbow Reservoir, da Cardiff, suonano con molta energia quell'indiepop che sconfina spesso e volentieri in un pop punk sbarazzino e a presa rapida, abbastanza affine al suono dei Martha, giusto per dare un riferimento (e in più mettono tra i loro numi tutelari i Cars Can Be Blue, cosa per cui si guadagnano già molti cuori!). Garantisce Oddbox:





Lillet Blanc - Casco Bay

Il Lillet Blanc prendono il nome da un aperitivo dolce francese, e davvero la scelta mi sembra molto appropriata. Tersi suoni dream pop, che piaceranno ai fan dei Camera Obscura e a chi, come me, ci ritroverà anche qualcosa dei primissimi Cardigans. Il quartetto proveniente da Brooklyn ha appena pubblicato il suo secondo EP intitolato Casco Bay, contenente 6 tracce. Ogni tanto le atmosfere si fanno iù nebbiose (per cui possiamo accendere anche l'hashtag "shoegaze"), ogni tanto suonano più leziosi, ma il risultato finale è comunque adorabile.





DUETS AND STUFF - Serve Somebody

Soltanto una canzone sul loro Soundcloud, eppure Duets and Stuff sembrano già essere un nome da tenere d'occhio nel panorama pop scandinavo dei prossimi mesi. Melodia ipnotica che mescola malinconia e distacco come solo gli svedesi sanno fare, voce capricciosa un po' alla Lykke Li, arrangiamenti minimali che fanno tornare in mente lo stile misurato di Peter Björn and John. Dalla città di Uppsala, Greta e Raimond seppure ancora agli esordi dimostrano con questa Serve Somebody già parecchia classe. "You can not just float around":